Intervista ad Alex Puddu, animo felino e cuore soul funk

Foto di Tobias Jørgensen


 

Musicista, compositore, produttore e Dj, il romano Alex Puddu è un poliedrico artista italiano che, senza aver dimenticato le sue origini, dal 1987 vive e opera nella suggestiva Copenaghen. Memore di ciò che più l’aveva affascinato da bambino e da ragazzo, pur non avendola vissuta appieno, Alex sente e trasmette la sua grande passione verso un’epoca passata ma densa di storia e cultura sia cinematografica che musicale, quella de “i ruggenti anni ’70”.
Lo scorso aprile è stato rilasciato il suo ultimo lavoro “Soul Tiger”, ancora una volta per l’etichetta italiana Schema Records. Ecco l’intervista che ho avuto il piacere di sostenere.

 


 

Alex Puddu (a destra) fotografato con l’amico Joe Bataan

 

Alex cominciamo dalle origini, i tuoi esordi nel panorama musicale sono stati con la militanza in gruppi indie rock anni ’90 e digital / electronic rock, gli Excess Bleeding Heart prima e i Nerve poi. In che modo si possono conciliare con la complessità del tuo sound odierno, misto tra funky, soul, jazz spiccatamente anni ‘70? come si è evoluta la tua idea di musica fino ad oggi?

Si, alla fine degli anni ‘80 ero uno dei tanti adolescenti appassionati di musica e di quel rock carico e un po’ arrabbiato, frequentavo le cantine romane in cui si ascoltavano i Litfiba, i Clash, i Sex Pistols e andavo matto per i Cure, mi piacevano moltissimo, tutto questo ovviamente influenzava i miei progetti musicali. Negli anni ’90 si impazziva per la batteria esagerata, poi i campionamenti, i Massive Attack e quell’impronta più jazz della batteria, per non parlare degli allora innominabili Spandau Ballet - perchè tra i rockettari non potevi dire che ti piacevano - e di quel pop fatto bene. Così, man mano, facendo anche il Dj, ho arricchito i gusti e in me si è affinato quel piacere per la disco funk che, in realtà, ho sempre avuto.
Tutto ciò unito alla mia sempre presente passione per la cinematografia italiana e le colonne sonore degli anni ’70, fin da ragazzo ho sempre voluto comporre per le scene di uno di quei film.

 

Come definiresti, quindi, la tua idea di musica oggi?

Ho passato diverse fasi da musicista, anche quella in cui cercavo di fare troppo e finiva che non fossi completamente soddisfatto, ad esempio avevo registrato cinque dischi da solista, “Alex Puddu and the Butterfly Collectors” un lavoro che avevo fatto da solo, velocemente, ma erano davvero schizofrenici, erano fatti in fretta con l’ansia di produrre tanto, alla fine però anche questo mi ha aiutato a capire quello che sono ora, cosa mi piace e come riuscire ad esprimerlo. Io ho un piccolo studio, il Sexy Lady Studio, nel soggiorno, con un mix ad otto canali, compongo e registro qui da solo in casa e ho capito che mi piace la semplicità dell’idea musicale, un sound poco elaborato, le atmosfere groove e la spontaneità delle espressioni e delle emozioni che ne derivano. Per un musicista e un artista in generale è importante capire in che modo esprimersi, quale sia il linguaggio con cui comunicare ciò che sente.

 

Come riesci a rendere quel tuo sound anni ’70, hai strumentazioni specifiche, analogiche, dell’epoca? o solo digitalmente?

Si, certo, la mia strumentazione è tutta analogica, ho alcuni organi, dei piani - un Rhodes, un Wurlitzer, un Moog - vari sintetizzatori, un basso, percussioni, chitarre e altri strumenti a corde, solo la batteria invece la registro solitamente in un altro studio, il RedRum, insomma come vedi tutti strumenti dell’epoca, poi ovviamente e purtroppo non è più possibile e pratico registrare come una volta, ma, ad ogni modo, anche in fase di post-produzione cerco di far lasciare al mio sound tutta la genuinità che avevo ricercato componendo.

 

 

Passando al tuo lavoro con Schema Records, con la quale hai ormai all’attivo quattro album, (“The Golden Age of Danish Pornography Vol. 1”, “Registrazioni al Buio”, “The Golden Age of Danish Por-nography Vol. 2” e “Soul Tiger”) come è nata la collaborazione tra voi? E come questa etichetta e il suo pubblico hanno influenzato la tua produzione, se l’hanno fatto?

Questa è una bella domanda, in effetti io continuavo a tentare un approccio con Schema che ho sempre ammirato e stimato, inviavo tutti i miei dischi dei miei precedenti progetti, ma senza ottenere risposta. Poi con “The Golden Age of Danish Pornography” che avevo pubblicato su youtube, ho scoperto di aver sempre avuto i loro occhi e orecchie addosso, mi avevano sempre apprezzato da lontano ma forse aspettavano che sbocciassi con qualcosa di “veramente mio”, e quell’album li aveva colpiti.
L’influenza poi è stata a vicenda nel senso che il loro panorama è abbastanza ampio ma producono principalmente Jazz e il mio è un misto, ma ci siamo capiti. Anche riguardo al lavoro con Edda Dell’Orso di Registrazioni al buio, la parte delle colonne sonore, bellissima la collaborazione con Luciano (Cantone, fondatore di Schema Records, ndr) che è stato veramente abile a co-produrre l’ultimo album “Soul Tiger”.

 

Ecco, da dove questa tua scelta di creare colonne sonore, tra l’altro per generi così specifici, film horror e polizieschi anni ’70 e pensando proprio a “The Golden Age of Danish Pornography”, pornografici?

Sì, a parte la mia infinita passione per i film horror e polizieschi di quegli anni, per Golden Age è stato invece quasi un caso, ad un mio amico che aveva un’agenzia di produzione di DVD di generi più disparati, compresi horror e giallo, era stato proposto di acquistare una partita di nastri originali di film porno girati dal 1971 al 1974, probabilmente a Copenaghen, e mai distribuiti, poiché la casa di produzione era fallita. Questi video erano stati girati in studio, assolutamente senza trama, e non avevano sonoro, così lui ha pensato a me come la persona più indicata per creare il sonoro e le musiche, e non ha sbagliato (ride, ndr). Il problema è che pensavo che la musica dovesse essere inserita solo nelle scene di sesso, invece ogne scena era da rendere completamente sonora. Ho dovuto reinventare e riscoprire i suoni di una volta, è stato un bel lavoro.

 

Pensiamo a Registrazioni al buio, non si tratta propriamente di una colonna sonora. In realtà hai sempre in mente delle scene “cinematografiche” ben definite mentre componi?

Sì certo, calcola che mi capita spesso mentre guardo un film soprattutto di quegli anni, di fermare tutto, spegnere, prendere la chitarra e mettermi a registrare, questo perché quelle immagini mi coinvolgono e mi ispirano particolarmente: considero l’idea musicale di colonna sonora particolarmente espressiva e genuina, così attraverso di essa riesco a rendere musicalmente quello che altrimenti si vedrebbe soltanto.

 

Riguardo invece la tua ultima release, “Soul Tiger”, ho letto che in una prima fase tutto è stato composto, arrangiato, suonato e prodotto da te. Come l’hai costruito e com’è nata la felicissima collaborazione con Joe Bataan?

Sì, allora, ho proprio fatto così, l’ho inizialmente prodotto io e poi, come è successo con Edda di cui sono un fan scatenato, ho contattato io Joe che ammiravo moltissimo. Le mie collaborazioni sono sempre mirate e a scopo passionale, diciamo. Il singolo nuovo è nato senza sapere che Joe avrebbe poi effettivamente cantato, la voce all’inizio era di un altro cantante. Tra l’altro è stato particolare, anche una rivelazione, perché lo credevo un musicista vecchia scuola, con la chitarra in mano per comporre. Ad esempio io creo suonando e scrivendo, invece ho capito che in generale lui è meno pratico, ha un approccio con gli strumenti molto “concettuale”. Ho scoperto anche il suo forte lato di paroliere.

 

 

Se non è stata concepita fin dall’inizio la sua presenza, Joe Bataan come ha cambiato la resa iniziale dei brani?

Il suo essere Soul e così spiccatamente Americano, ciò che ha aggiunto Joe a The Mover è il suo groove, la sua ruvidità che emoziona e dà una carica sorprendente, diciamo che la sua cultura profondamente americana si è fusa con la mia formazione e al gusto europeo. Abbiamo ovviamente lavorato insieme alle melodie, che sono state tagliate e smezzate. È sempre importante l’apporto del cantante per trovare una linea melodica che si senta addosso e anche le mie sono state rielaborate con il suo tocco.

 

Ora un paio di curiosità: innanzitutto, segui la scena contemporanea? Che musicisti ti hanno colpito ultimamente?

Mi definisco più che altro un ricercatore, sopratutto in ciò che mi piace, gli anni ’70: esamino ogni minimo dettaglio degli artisti di allora, quando avrò finito di comprare quelli avanzerò con i decenni… Scherzi a parte, riguardo ai contemporanei ci sono ovviamente moltissimi musicisti che ammiro, come le produzioni di Sugarman3, Lee Fields, ripropongono del buon soul venato di sonorità vintage, poi forse ti stupirò dicendo che anche “Get Lucky” dei Daft Punk mi aveva colpito piacevolmente, quella disco simpatica, azzeccata.

 

Invece come ti rapporti con i Live, dove possiamo trovarti?

Assolutamente nei club underground a Copenaghen, dove faccio il Dj: i danesi sono molto particolari, sono abitudinari e abbastanza schivi alle novità ma la scena underground qui è comunque piacevole e dà soddisfazioni. In Portogallo, invece, abbiamo portato una rassegna di Golden Age Vol. 1, poi con Joe Bataan e Edda Dell’Orso ho fatto dei concerti sempre qui a Copenaghen con la mia band, composta da Heidi Luke, Massimo Fiorentino e Gavino Congiatta, rispettivamente una grandissima batterista donna, un pianista italo/danese al piano, all’organo e al synth, poi un musicista italiano al basso e infine l’aggiunta di altre percussioni e fiati dal vivo.
Con loro, tra l’altro, ho in corso un progetto Afro/Soul-Funk, The Moonfires, di cui a settembre uscirà una limited edition: solo 300 copie in vinile sotto la mia etichetta Al Dente.

 

Ecco, dacci qualche anticipazione sulle tue prossime uscite…

Sì, ti posso dire che con Schema, probabilmente quest’inverno o all’inizio del 2016, uscirà il secondo album con Edda Dell’Orso intitolato “Negli Occhi Del Gatto”. Ci sarà anche la partecipazione del maestro Giacomo Dell’Orso che ha arrangiato e orchestrato gli archi.
È una trilogia quella cominciata con “Registrazioni al Buio”, e ci saranno quindi altre due uscite, nella prossima abbiamo utilizzato anche chitarre turche, percussioni marocchine, in stile giallo, horror poliziesco, e avrà un tocco ancora più funkeggiante. L’ultima uscita, invece, avrà un’impronta decisamente più dark, inseriremo canti gregoriani, sarà un tributo a Dario Argento.
Mi piacerebbe scendere anche in Italia, è vero che con tanti elementi è un po’ complesso ma chissà che presto non riesca a portare il mio funk live anche in Milano…

 

Non vediamo l’ora! Arrivederci e grazie Alex.

Foto con Alex e Joe, da un live a Copenaghen, di Tobias Jørgensen