A Chat With: BIG HANDS

From Sobborghi to London, Big Hands è uno dei tanti ragazzi che, lasciandosi alle spalle un presente fatto di bancali e incertezza, ha avuto la forza di lasciare la periferia milanese in direzione della City. Alla ricerca -ça va sans dire- di un futuro (ed una vita) economicamente migliore, ma non solo: un passato fatto di arte, boosters, musica elettronica e produzioni (tante autoprodotte, altre di livello nazionale – vedasi “Bad Taste”, EP prodotto con l’amico e turntablist DJ 2P nelle vesti di Yessirr, curato in tempi non sospetti dalla Doner Music di Big Fish e premierato nientemeno che da Red Bull Music) per forza di cose finisci per portatelo dietro, inconsciamente o meno, anche in un salto faticoso come quello, a maggior ragione se fatto in direzione di una delle città di riferimento per il movimento rave e non solo.

A tutto questo è legato “Arcane Mosaics”, il nuovo EP di Big Hands uscito giovedì scorso sull’etichetta milanese Beat Machine, che ne sancisce peraltro il debutto assoluto su supporto fisico – e che conterrà anche il remix di Walton, mainstay sulla Tectonic Recordings di Pinch e tra i producers più giovani mai apparsi sulla Hyperdub Records di Kode9. Un lavoro composto prima della “grande fuga” che sancisce però l’inserimento di Andrea e della sua musica all’interno di un nuovo contesto, quello della scena elettronica della City, risultato di un lavoro di networking che ha trovato nel “grande salto” la sua completa definizione, culminato -tra le altre cose- anche con il rilancio dell’avventura Sobborghi, party series innovativa che dall’ombra dei palazzi di vetro dell’avveniristica Citylife meneghina ha saputo tornare a splendere di luce propria al The Alibi, situato nel cuore del quartiere londinese di Dalston, a pochi metri dalla sede di NTS Radio.

Un lavoro fatto di ricerca, esperimenti, suoni e vibrazioni differenti tenute insieme da un collante, quello dei riferimenti all’Hardcore Continuum made in UK, come fosse un vero e proprio mosaico multicolore nel quale a vincere è l’eterogeneità, la diversità ed indirettamente l’efficacia: un lavoro così, come questo “Arcane Mosaics”, non si può sintetizzare in poche righe, assolutamente.

Abbiamo quindi chiesto a Big Hands stesso di rispondere ad alcune domande: quello che ne è venuto fuori è un’intervista intensa che sa più del racconto esperienziale, un viaggio tra quello che è stato prima e dopo il “salto” visto e rivisto sotto i raggi emanati da questo nuovo EP, che vanta peraltro già diversi feedback interessantissimi e features su portali di caratura internanzionale, da Dummy a Hyponik passando per il francese SeekSickSound e Resident Advisor.

Il nostro consiglio è: ritagliatevi 5 minuti e leggete il testo sottostante, magari lasciando in sottofondo la playlist in testata. Poi diteci che ne pensate – e magari acquistate l’uscita qui, supportare la buona musica fa sempre bene.

Buona lettura, #Enjoythebar!

 

Ciao Andrea, benvenuto su Tsinoshi Bar. Tra due settimane uscirà ufficialmente il tuo nuovo EP “Arcane Mosaics”, che segna anche il tuo debutto in formato vinile 12”. Ci racconti un po’ di cosa si tratta e com’è nata questa tua ultima fatica?

Arcane Mosaics è stato concepito nell’arco del mese precedente al mio trasferimento a Londra e la sua realizzazione ha coinciso con la chiusura di alcune esperienze di vita privata e musicale in Italia. Ho istintivamente convogliato in questo progetto gran parte delle influenze sonore accumulate negli anni, concretizzatesi in 7 tracce unite da un filo narrativo in un percorso che si chiude con un remix di Walton. L’EP è nato dall’esigenza fisica di scaricare un sacco di idee accumulate, sia positive che negative, che hanno portato alla volontà di esprimermi sui diversi temi esplorati all’interno del disco. È un mosaico in tutti i sensi: anche nel suo aspetto visivo, c’è stato il lavoro di Flavia Serrao che ha creato il design del vinile, assieme abbiamo scelto Paolo Bazzana che ha realizzato a mano l’artwork sulle 250 copertine che unite compongono una frase. Chiunque comprerà il disco avrà un pezzo unico del mosaico. Paolo ha collaborato con me da quando ero un adolescente, è un caro amico oltre che un artista che stimo e per me significa molto aver lavorato con lui, ha recentemente prodotto un libro incredibile con Luca Baioni, un’altro amico ed artista incredibile del quale troverete una foto nell’inner sleeve. Il video di Tensegrity è stato creato da Samuele Pagani che ha fatto i visual alle nostre serate da quando abbiamo iniziato. Insomma ci sono davvero tanti pezzi di un grande puzzle e mi sento fortunato di poter contare sulla collaborazione di così tante persone di talento.

 

L’EP uscirà ufficialmente su Beat Machine, label nostrana ormai da diverso tempo concentrata sui “nuovi suoni” provenienti dal movimento bass UK e non solo. Ci dici com’è nata la collaborazione con loro?

Ho pensato subito a loro quando ho chiuso la prima bozza del disco e sono felice di aver avuto una risposta positiva sin da subito. Beat Machine ha pubblicato musica di qualità negli ultimi anni, forte di un modus operandi proteso a valorizzare il lavoro di producers emergenti come me, attraverso un approccio che al di là degli stereotipi resta sempre troppo poco diffuso in Italia. A ribadirlo c’è il dato di fatto che stiano pubblicando il mio lavoro o quello di un producer giovanissimo come Kuthi Jinani, che per motivi diversi non sono dischi facilissimi o strettamente legati al loro catalogo precedente, e che riconfermano l’ ineludibilità di quella sana dose di rischio inscindibile dalle sfide curatoriali e discografiche. Colgo l’occasione per ringraziarli.

 

“Arcane Mosaics” suona frammentato, raw, ricolmo di riferimenti alla cultura UK. Quanto in questo nuovo EP c’è del fatto che vivi ormai da diverso tempo a Londra? Quanto c’è del Big Hands “Londinese” e quanto di quello meneghino?

Questa è una domanda molto bella e complessa. Il disco è decisamente raw e frammentato, ma sicuramente non condizionato dalla volontà di legarsi ad una sonorità in particolare, nonostante la chiara matrice anglosassone di diverse references e influenze. La maggior parte dei producers che si sono affermati nel Regno Unito negli ultimi anni, escludendo tutto il filone esplicitamente Lo-Fi / Deep House, sono per lo più andati in direzione opposta, verso sonorità HD e approcci tendenti al sound design. Anche la palette Eski nella sua rawness non ha una componente organica forte, ed essendo di matrice videoludica rimanda sempre ad un immaginario ultra digitale. Io ho il mio set up e i miei ascolti personali, però in sostanza tutta la roba HD degli ultimi anni non l’ho mai assimilata in maniera particolare. Il disco suona UK ma che tipo di UK? Sembra una citazione di Grim Sickers ma onestamente c’è davvero un microscosmo di sfumature UK nel mondo musicale. Pensa che io stesso ho convissuto per diverso tempo con la paranoia che il mio suono fosse troppo poco limpido, troppo poco club, ma proprio ora che quei timori mi sembrano più fondati che mai ho smesso di preoccuparmi di certi aspetti. Il disco l’ho chiuso a Milano, di getto, in un mese o poco più, e non ho pensato a nulla mentre lo facevo perché probabilmente avevo pensato troppo prima: come accade spesso dopo essersi scervellati la cosa migliore è lasciar fluire naturalmente le energie creative.

La verità è che per me è sempre stato importante e resta una priorità aprire un dialogo con i suoni che sento miei al di là della realtà e dei trends che mi circondano. L’Italia resta una realtà frazionata in compartimenti stagni, con pochi focus veri e ancora meno possibilità di approfondimento: per questo chi segue “certa” elettronica difficilmente si ritrova a contatto con l’“altra”. La lezione più grande è scoprire che la hit Lo-Fi / Deep House di turno in UK ha un sample di un pezzo 2-Step di 10 anni fa, costruito a sua volta su un campione preso da un disco dei De La Soul, realizzato a sua volta pescando da oscure discografie Jazz o Funk…e via discorrendo. I generi dell’UK Hardcore Continuum sono un esempio impressionante a tal proposito, con la loro capacità di ri-citarsi a vicenda all’infinito. Il Grime che tutti hanno scoperto in Italia negli ultimi 2 anni viene dalla UK Garage, no? Per lo meno ritmicamente. Nei generi Hard Dance olandesi che molti stanno cercando di intellettualizzare non ci sono forse tonnellate di accappellas Golden Age Hip Hop / Ghetto Booty?

Io ho il mio background di ragazzino invasato di Hip Hop che campionava ogni vinile in cui si imbatteva, memorie musicali delle cassette con i DJ sets del Number One, le vibes dei Teknivals, delle serate Drum & Bass a Milano, delle Dance Hall in Pergola, ma negli anni ho assorbito anche un sacco di Jazz, Funk, Prog, varie&eventuali. Interfacciandomi con la realtà di Londra, libero dalle classificazioni rigide, dal delay, dalla mancanza di diversificazione, credo di aver identificato il macro contenitore dell’Elettronica come ideale area di collocazione del mio output attuale. Non so come sarà concretamente il prossimo lavoro, ma da quando mi sono trasferito sto cercando di diversificare il più possibile i miei ascolti, beneficiando molto dell’ampia scelta di cui gode questa scena.

 

Ho letto da qualche parte che hai lavorato diverso tempo ad un tuo personalissimo database di suoni e samples. Di cosa si tratta? Come lo hai e lo stai costituendo? Immagino ci sia molto di questo lavoro sia in “Greenline / Redline” che in “Arcane Mosaics”….

Si, è tutto basato su questo. Lavoro quasi sempre partendo da fonti archiviate in precedenza. Nella mia raccolta ho di tutto, samples della mia collezione di vinili, interi loops che ho suonato in studio con strumenti veri, registrazioni dalla radio, field recording, ritagli di conversazioni su Skype glitchate, davvero di tutto e di più. Penso sia così per ogni producer, ognuno ha le sue fonti. Ma credo che sia sempre più interessante il modo in cui vengono usati, e sono convinto che si debba accettare il caso come componente interna al lavoro per rimanere istintivi e freschi. Per questo non ho mai rinominato né organizzato in folders i miei samples: si trovano tutti sparsi in una grossa cartella, sicché non so se si può definire davvero un database. Li lascio così perché arriva sempre il momento in cui aprendola e scorrendola trovo assonanze tra ciò che sto componendo e un sample cliccato a caso mentre ne cercavo un altro. Per essere più chiaro a volte penso: “Ora qui ci vorrebbe un vocal così”. Ma se sapessi dove trovarlo in un passaggio solo mi giocherei a priori altri 10 ascolti diversi e di riflesso almeno 10 altre evoluzioni possibili e forse più fresche di quelle che stavo immaginando. Attraverso la disorganizzazione sistematica invece non escludo nemmeno la possibilità di affrontare eventualmente il primo scenario, mentre apro un varco verso un’altra potenziale soluzione che ha in primis la dote di sorprendermi e che magari finisce col diventare la particolarità di quella traccia proprio perché riesce ad esaltarla in una maniera che consciamente non avevo considerato.

In Arcane Mosaics c’è il fruscio di un vecchio VHS di quando ero bambino, campionato quando avevo 20 anni. Mi piacciono queste connessioni perché credo il legame affettivo verso ciò che produco mi responsabilizzi verso l’ascoltatore, attraverso un passaggio che a mio parere definisce uno dei ruoli intrinsechi del musicista stesso.

C’è un’altra cosa che potrebbe interessare i tuoi lettori, argomento ricorrente da diversi anni nelle mie chiacchierate con Lvnar. Capita di avere momenti meno produttivi, in cui si accumulano molti input senza riuscire a tradurli in output e diventa necessario attivare delle strategie sofisticate per eludere quel manierismo sempre in agguato dietro ogni angolo. Avevo letto che Mirò usava pulire i pennelli a fine giornata su delle tele bianche, che faceva poi riporre dal suo assistente negli armadi del suo studio, dove riposavano spesso per giorni, per mesi, anche per anni. La cosa fantastica è che ogni mattina il suo assistente ne sceglieva alcune e le posizionava sui cavalletti. Arrivando in studio il grande Maestro trovava queste tele “macchiate” in precedenza e guardando i segni che aveva tracciato istintivamente con il mero intento di scaricare i pennelli, in automatico ci riconosceva dentro una figura, una forma, uno dei suoi segni arcaici e da lì iniziava a comporre un nuovo dipinto. Con questo ingegnoso quanto semplice metodo Mirò smetteva di pensare al “cosa fare” e passava direttamente al “fare”. Io non sono un grande maestro e anche se lo fossi non oserei definirmi tale, ma nel mio piccolo se fate un parallelo tra questo suo espediente e il mio modo di archiviare i samples l’esigenza di base è grossomodo la stessa.

 

A proposito di Milano, so che anche la tua party series Sobborghi sta vivendo una seconda giovinezza nella city. Puoi raccontarci qualcosa di più di quello che sono stati i mesi passati e -magari- darci qualche anticipazione su quello che sarà il 2018 firmato Sobborghi?

Ahahahah, eh si…con Beat Machine ci siamo lanciati in questo nuovo esperimento sociale chiamato Sobborghi. La cosa simpatica è che ultimamente gli amici DJ scrivono a Sam dicendo: “Ora che organizzate un party a Londra a casa vostra come minimo starete pensando ad un festival”.

Io amo Milano, ma come ti dicevo manca la varietà che permette di approfondire davvero le cose e capirle. Noi siamo stati utopici, tanto quanto quelli che ci hanno dato la possibilità di fare il party in corso Como. Abbiamo portato la nostra serata in quel contesto senza curarci di pubbliche relazioni, senza avere alcun endorsement da chissà quale influencer di chissà quale giro, e soprattutto senza nessun paracadute finanziario – pensa che io spostavo i bancali in ditta per anticipare i cachet degli artisti. Eravamo e siamo persone che nel bene e nel male amano la musica prima della socialità, per quanto quest’affermazione possa sembrare scontata. Ci siamo sempre focalizzati sulle correnti più fresche del panorama internazionale e meno ridondanti con la proposta meneghina andando innanzitutto incontro ai nostri gusti: foto di motorini a parte, non ci siamo mai posti il problema di portare qualcosa che il pubblico potesse apprezzare plebiscitariamente. Però recentemente ho visto che Amy Becker ha avuto un altro booking in Italia ben strutturato con tanto di show radiofonico, Tarquin ha pubblicato a pochi mesi dal nostro launch party un bellissimo EP per Rinse che è stato accolto da testate istituzionali come DJ Mag come un disco di grande caratura per la “scena Club”, e più in generale è capitato spesso e volentieri di rivalutare con piacere la bontà della nostra visione e la concretizzazione di molti dei nostri pronostici ad un anno di distanza. I bookings di Sobborghi sono sempre stati figli del nostro network, e non è un caso che alcuni dei nostri guests abbiano sempre anteposto il rispetto artistico e umano reciproco alle questioni meramente economiche. Negli ultimi mesi la casa londinese della nostra crew è stata The Alibi, una piccola venue da cui molti colleghi sono partiti o passati. L’abbiamo scelta perché crediamo sia il posto giusto per noi, complice l’energia particolare emanata da Dalston, una zona di Londra che amiamo, e soprattutto la libertà di proporre ciò che vogliamo senza le restrizioni tipiche di Milano e i discorsi imbarazzanti tipici di certi “dispensatori di consigli gratuiti” pronti ad ogni compromesso in nome del dio denaro – faccio dell’umorismo ma storicamente certe richieste grottesche o tentativi di imposizioni assurde radenti il sessismo o il razzismo sono state tutt’altro che rare.
Dove stiamo ora questo sarebbe impensabile, pensa che dopo la prima serata con Itoa il manager del locale è venuto a dirmi: “Qui la Jungle non ha mai funzionato. Bravi, siete riusciti a portare qualcosa di diverso”. Dopo anni di esposizione ad una mentalità diametralmente opposta facciamo ancora fatica ad abituarci all’idea di una gestione che antepone la qualità della proposta musicale agli aspetti economici.

In conclusione posso dirti che siamo rimasti esterrefatti dalla quantità di amici che ci 
siamo ritrovati anche solo dopo 3 episodi. Abbiamo portato Itoa, Basic Rhythm, Foxmind, 
abbiamo riabbracciato Loom e Orree, abbiamo introdotto personaggi come Soreab che 
sta producendo un sacco di bombe da Dancefloor e abbiamo una nuova policy sui bookings 
per risparmiarci il maggior numero di mentecatti possibile.
 Anche se non sono più informato come un tempo rispetto alla nightlife, mi piace 
ancora supportare le serate che spingono musica fresca e feste non artefatte e che vedo germogliare nella capitale lombarda.

Come crew stiamo cercando di fare il nostro senza grandi pretese, attraverso un party inclusivista, divertente e genuino – se riuscissimo ancora una volta a portare il nostro punto di vista sarebbe sicuramente un bel valore aggiunto. 
Non posso spoilerarti nulla della prossima season a livello curatoriale: ci stiamo lavorando, ma preferiamo mantenere una certa discrezione finché tutto non sarà definito e confermato. Avendo già concordato un bel calendario insieme al management del The Alibi posso però anticiparti che Dalston sarà la nostra casa londinese anche per il 2018, e approfittare della domanda per ringraziare Giulia Ferrazzi a tal proposito.

 

E dal punto di vista tuo? Hai già materiale in cantiere per il 2018?

Sto producendo, con spunti ed energie molto diverse che però mi stanno portando sempre più avanti verso la direzione che intrapresa con “Arcane Mosaics”, sono davvero curioso di vedere che forma prenderà il tutto. Ho delle uscite in programma per una label inglese e qualcosa che spero si possa concretizzare il prima possibile. Ho davvero un sacco di materiale fermo che reputo importante e che spero di pubblicare prima o poi.

 

Grazie per la disponibilità!
Grazie a voi, non avevo mai fatto un’intervista, ora so cosa provano le persone famose 🙂

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