A Chat With: PASCAL VISCARDI

pascal viscardi

Nei mesi scorsi vi avevamo offerto un assaggio delle abilità musicali di Pascal Viscardi, parlandovi del suo primo lavoro del 2017 uscito su Shall Not Fade. Dj e producer attivo dal 2012 con produzioni su etichette importanti della house moderna come Traxx Underground, Love Notes oltre alla già citata Shall Not Fade, Pascal è originario di Ginevra dove vive e lavora. A seguito del sopra citato articolo è iniziata un intenso e proficuo scambio di corrispondenze da cui è nata un’intervista utile a conoscere meglio lui, il suo passato e i numerosi progetti che ha in serbo per il futuro.

Quando hai iniziato a fare musica? E quando è partito il progetto Pascal Viscardi?

I primi accordi li ho suonati grazie a mio padre che mi fece da maestro. Le canzoni erano quelle di Bennato, Battisti, Dalla, e più tardi (essendo davvero assai difficili) quelle di Pino Daniele. Durante l’adolescenza suonai in vari gruppi indie rock, togliendomi anche qualche bella soddisfazione (fra EP, LP e vari festival). Il progetto Pascal Viscardi, ossia quello più strettamente legato alla musica elettronica, è nato circa sette anni fa. Era appena finita la mia esperienza in duetto col mio miglior amico Lionel Coudray ( che per la cronaca, mette i dischi oggi sotto il nome di C-Ray), col quale siamo stati resident DJ’s in vari club importanti della zona come l’Usine oppure il MAD. Abbiamo suonato in tutti i party locali possibili ed immaginabili, instaurando forti legami con un gruppo di studenti dell’ECAL (famosa scuola d’arte di Losanna) che organizzavano molti rave e tanti party privati dove abbiamo davvero imparato l’arte del suonare in un warehouse. Insisto su questo punto, perche suonare in un club può anche essere assai impersonale a volte. Invece, in un warehouse, le emozioni sono palpabili e si possono suonare pezzi davvero sballati, in generi super aperti. Abbiamo anche avuto l’onore di vivere gli ultimi due anni di ARTAMIS (l’ultimo centro 100% alternativo di Ginevra), organizzando dei party con Crowdpleaser (sentitevi suo mix per RA) nel mitico micro club « LE SHARK ». Proprio sotto il club, c’era nostro studio. E proprio in quello studio ho prodotto le mie prime bozze. Ognuno ha poi voluto vivere le proprie esperienze, ARTAMIS fu distrutto dalle autorità locali e a questo punto cominciò il mio progetto Pascal Viscardi.

Sei passato attraverso etichette come Traxx Underground, Love Notes e più recentemente Shall Not Fade. Ci racconti quella che per te è stata la sfida più grande in questi anni?

Nel 2012, feci un primo paio di mini EP per The Exquisite Pain, con bei remix di Agnès, Mark E e Session Victim. I pezzi furono anche suonati da DJ importanti come Garnier, Troxler, Wink, etc. Le mie tecniche di produzione erano basilari, non avevo ancora trovato un mio sound. Lavorai sodo durante i successivi 3 anni prima di arrivare a quello che avevo in mente, ossia un mix tra il shuffle di New-York, la struttura dritta della « Slowhouse » Svizzera (vedi un altro mio maestro ed amico, Agnès)  l’emozione dei pionieri Deep della Riviera Romagnola, ed il sound moody e grezzo di Detroit. I primi due dischi (assieme a quello per Saft ed anche più o meno quello per Frole) che citi nella domanda sono stati tutti prodotti in un lasso di tempo molto ravvicinato gli uni dagli altri, con la stessa energia creativa. Essendo diversi potrei definirli come una sorta di progressione logica. Il disco per Shall Not Fade invece, è tutta un altra storia. Arriva dopo Costiera che è chiaramente una dichiarazione d’amore alla Disco ed al Funk. Direi che Last Day in Harajuku è chiaramente un disco di rottura assai radicale con la prima parte della mia carriera da producer. La sfida più grande ? Beh, levarmi le mie confortevoli abitudini, uscire un attimo dal club e rimettermi in gioco sia a livello ritmico che sonico. In tal senso, considero Last Day In Harajuku come l’inizio di un cambiamento radicale. Per finire di rispondere alla domanda, direi che la sfida più grande è sempre quella che sta per arrivare : andare oltre a i miei propri limiti, percorrere nuove vie, esplorare generi e farli miei. 

Last Day in Harajuku arriva dopo Costiera e, seppur vicini a livello cronologico, i due lavori rappresentano due differenti approcci alla house moderna, il primo molto più riflessivo e meno da dancefloor rispetto al lavoro su Traxx Underground. Il tuo registro stilistico si adatta all’etichetta che ti chiede un lavoro o viceversa consegni un prodotto che riflette lo stato attuale della tua ricerca sonora?

No, non mi adatto mai a nessuno. La musica per me è ricerca. Una ricerca tecnica ed emotiva. È anche una sfida con me stesso. Poi sono le etichette a contattarmi. Ovviamente, non dico che non ho mai fatto la classica gavetta del producer, andando a rompere le palle sui social a qualche label owner per farli sentire i miei demo, ma da qualche anno non è più così. Sono degli incontri personali, affinità che vanno oltre al semplice business.  Da parte mia, non faccio altro che proporre la mia visione e se c’è intesa si va avanti. Attenzione, non dico che sono chiuso alla critica. Anche questo è un lavoro importante : sapere ascoltare i consigli delle labels, con l’obiettivo di arrivare ad un risultato finale che sia ottimo per entrambe le parti. Questo non vuol dire sicuramente essere succube del business. La mia ricerca sonora (o ancora meglio : il mio CONCEPT), è il mio chiodo fisso. Senza concept, non esiste il disco. Non ho mai fatto una raccolta di « tracks ». Tutti le mie uscite sono dei concept articolati, anche quando ci sono 2 originali e due remix. Per esempio, il concept di Costiera è chiaro : party sulla costiera amalfitana, pochi vestiti addosso, molto sudore, energie positive e sensualità palpabile. Quello di Last Day In Harajuku invece è molto diverso. Lì si tratta di riuscire a tradurre le emozioni di un viaggio in Giappone dove l’eclettismo e la cultura musicale immensa è davvero indiscutibile. Poi questo disco è uscito su un label inglese, ergo ci volevano un po’ di breaks e di pezzi strani. Era anche l’occasione di portare Shall Not Fade (etichetta nota per essere una belle più importanti rappresentanti della LO-FI) su territori inesplorati.Da questo punto di vista ho portato avanti la stessa operazione fatta con Costiera. Prima di quel EP non c’era mai stato un release Disco su Traxx Underground. E’ bello sfidare e sfidarsi. 

Qual’è l’idea da cui è nato Last Day In Harajuku e quali sono state le emozioni principali mentre lo producevi?

Last Day In Harajuku è un viaggio musicale dove ho provato a trasmettere tutte le emozioni, in particolar modo l’energia, che ho avuto nei tanti vinyl shop che ho visitato durante il periodo trascorso in Giappone. Si parte da Detroit , una track influenzata dai maestri Parrish ed Huckaby. E stata prodotta grazie alla mia EMU-SP1200 ed il grande piccolo Yamaha CP Reface. Poi, si rischia con Auditorium Voyage : un pezzo cosmic jazz-funk (palesemente «sporcato» dall’AKAI S950) tra i più originali che abbia mai prodotto. La B-side invece si apre con Mei’s Theme, un pezzo molto percussivo che mischia samples jazz quasi new-age, disco africana e basso acid-no-acid. Per la cronaca, la traccia è stata prodotta la sera prima di andare a fare il final mix dell’EP. Infine, Roppongi FM, fatta assieme ad un mio grande amico : Lool 2 Luul. FM  semplicemente perche è stato usato un synth FM mentre Roppongi  è il quartiere di Tokyo dove sorge il museo d’arte contemporanea.  anche in questa ultima canzone possiamo ritrovare il tema dell’EP, ossia il sample jazz, però la ritmica è decisamente break, quasi «inglese». Devo dire che adoro questo pezzo, anche se sono molto triste che il nome del mio amico LOOL 2 LUUL non figuri sulla versione vinile, per via di un malinteso con la label. Un vero è proprio colpo al cuore. 

Nelle tue produzioni si sente marcatamente un’influenza jazz che funge come una sorta  da spirito guida all’interno delle tracce, quali generi ascolti di più  e chi sono i tuoi musicisti di riferimento del passato e del presente? 

Prima di tutto, metto le mani avanti : non mi ritengo assolutamente un esperto di jazz. Stiamo parlando di un genere immenso, studiato nelle più grandi università, tanto complesso quanto è infinita la sua storia. Poi certo, mi interesso al jazz (come a tanti altri generi del resto) ma non sono per niente un vero connoisseur. Se devo proprio cacciare fuori qualche nome : Pharoah Sanders, Sun Ra, Perigeo, Marc Moulin, Jiro Inagaki, Lonnie Liston Smith, Johnny Hammond, Paul Jackson, Hannibal Marvin Peterson, Gary Bartz NTU Troop, etc. Ritengo però che la passione per un genere non debba essere necessariamente legata allo stretto knowledge. Si può amare un genere, provare emozioni e continuare ad imparare con calma, senza pressioni. Non bisogna necessariamente confondere cultura e sentimenti. Il jazz poi nutre sia la mia anima che le mie idee e le mie produzioni. Ovviamente.

La musica è il tuo lavoro a tempo pieno o rappresenta ancora una passione che un domani potrà diventare un lavoro?

No, non è un lavoro a tempo pieno. Non so se diventerà un «lavoro» un giorno, penso di no. Però, nella vita non si sa mai come andrà a finire. A me piace fare sentire l’elettricità attraverso le mie macchine, scrivere pattern, esprimere i miei concept in accordi e campionamenti. Poi, ovviamente, adoro scambiare emozioni su un dancefloor. Tutto qua. 

Passiamo alla musica suonata. Preferisci live o dj set? 

Ho fatto un solo ed unico live pero il momento. Una serata indimenticabile coi ragazzi di Mystic Jungle Tribe, veri amici e grandi artisti. Fu una serata assolutamente perfetta dove il mio live fu accolto con grande entusiasmo ed anche un bel po’ di follia dal dancefloor. Il DJ set è una seconda natura, uno stile di vita ormai. E dura rispondere. Non rispondo (ahaha).

Per finire parliamo dei tuoi progetti futuri. Quali sono i tuoi programmi a breve e lungo termine?

Fra poco uscirà « Chabha Dassin Hakku », un EP al sapore africano decisamente 12bit ed acid, su La Chinerie: un label di Lione, gestita da ragazzi giovani e molto dinamici che si occupano anche del mio booking. Poi uscirò anche sul prossimo various di Courtesy Of Balance (3 vinili) il cui tema è la Dub House (esempio : i B-Sides dei dischi Perception). Sarò anche presente su un various 4 tracce su Jazzy Couscous dove propongo un pezzo House «all’antica», dritto e peaktime. Il pezzo forte del 2018 sarà il release del mio primo mini-LP : 6 pezzi ambient / new-age : corallo, synth digitali e meditazione.