Cut Copy - Free Your Mind


Se state programmando di andare a San Francisco siate sicuri di avere qualche fiore tra i vostri capelli, per il resto ci penserà la città, le sue vibrazioni e le persone in movimento; d’altro canto se avete intenzione di passare la vostra “Summer of Love” a New York assicuratevi di portarvelo in valigia – l’amore - perché là di sicuro non lo troverete: potrete contare i vostri passi per tutto il giorno fino a proiettare la vostra ombra solitaria sui grattacieli; delusi, non vi resterà che intraprendere un viaggio verso Chicago e respirare la sua musica, ci servirà per dopo.

“…free your mind, free your mind, free your mind…”


Basic RGB

Quarto disco per gli australiani Cut Copy, autori di un disco imprescindibile - quel “In Ghostly Colours” - dove si ballava la nostalgia intensa per gli anni ’80 con la capacità – non da poco – di incanalarla però nelle pulsioni “indie” del 2008, merito anche della produzione di un certo Tim Goldsworthy. Poi arrivò l’espansione di quel sogno con “Zonoscope” e la sua jam di sessanta minuti, impetuosa come una cascata tropicale tra i grattacieli di una metropoli.

“Free Your Mind” è un’altra tappa e naturale evoluzione di un percorso - irresistibile – che mastica e rimodella le istituzioni musicali del gruppo espandendone la tela. Prodotto dallo stesso Dan Whitford (voce, tastiere e chitarra) e mixato nella Grande Mela da Dave Fridmann, “free your mind” è un affresco composto da nove momenti orientati sulla scena musicale inglese a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, intervallati da parentesi dal sapore cinematografico che amplificano il concept di un disco che ritorna alle atmosfere più immediate degli esordi.
Non resta che addentrarci in questo viaggio stroboscopico.

“You gotta reach the sky if you want your life to shine.”

Spostiamo il nostro telescopio sul 1989 a Manchester - o meglio “Madchester”, indossiamo i panni baggy (come gli Happy Mondays, certo, in versione rave e remix), specchiamoci mentre in camera Morrisey canta ‘Margaret On The Guillotine’ e usciamo per goderci la nostra “Second Summer of Love” con gli “808 State” che risuonano sulle scale.
Va bene, se siete vestiti da Pet Shop Boys (‘We Are Explorers’) potete venire lo stesso, l’importante è andare alla ricerca del santone a cavallo – ha le sembianze di Alexander Skarsgård nel videoclip di ‘Free Your Mind’ diretto da Christopher Hill - e seguirlo nella festa dove dare inizio alla liberazione collettiva.

“We are the people
We are here alone
We are explorers when beat goes on
We’re on a journey to the morning sun
Together”

Ci assale subito un dubbio: non sarà che alla festa il nostro Dan Whitford, in un battito di ciglia, si è perso la rivoluzione? Perché in queste occasioni è facile incontrare qualcuno da sedurre – ‘Let Me Show You Love’, certo non sensuale quanto un Robert Owens in una ‘Mysteries of Love’ dei Fingers Inc. - di cui innamorarsi e finire come nuovi sognatori di Bertolucci.

E’ proprio così, va bene, è l’amore, allora non ci resta che ballare (‘Footsteps’) e non pensare alla strana nostalgia per il futuro (‘In Memory Capsule’ e soprattutto ‘Dark Corners & Mountains Tops’ ritornano ai colori spettrali), perché arriverà il giorno e dovremo separarci. Allora diventiamo una cosa sola: io, te e questa festa, ormai alla fine, dove c’è spazio per le ultime incursioni acid house e soprattutto per fare di questo posto la casa dell’amore (‘Meet Me in the House of Love’); perché poi arriva l’alba, non ci fa paura perché ormai siamo un tutt’uno con il sole, il cielo e l’universo (‘Take me Higher’); certo, non sappiamo quante ore, giorni o forse anni siano passati da quando abbiamo messo piede in questo posto perché nel frattempo è uscito “Screamadelica” dei Primal Scream e ne rendiamo omaggio.

“And the waves just hang
Rushing again and just splashing on the rocks
Sort of, sort of a spacial experience that”

Niente, a quanto pare i santoni alla fine sono proprio i Cut Copy con la loro ‘Walking in the Sky’; ma è il 1967 e siamo a San Francisco? In realtà non abbiamo capito nemmeno se vogliono stringere una o più mani, perché nel secondo caso facciamo una bel cerchio così che tutti possano liberare il proprio canto, come un gospel, come un ‘Mantra’ e non fermarsi mai.

“…free your mind, free your mind, free your mind…”



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