Ron Morelli - A Gathering Together

 


Ron Morelli

A Gathering Together

Hospital Productions

HOS 447 / HOS-477


 

 

 


 

Se qualcuno fosse mai riuscito ad ascoltare un set di Ron Morelli dal vivo, sicuramente avrebbe assistito a uno spettacolo in cui il sound che la fa da padrone è tra i meno convenzionali del panorama attuale. C’è però un’anima morbosa del boss di casa L.I.E.S. che dalle sue esibizioni non traspare del tutto. Per scoprirla è necessario ascoltare i dischi che il nostro ha fatto uscire a suo nome per la Hospital Productions di Dominick Fernow (aka Prurient o Vatican Shadow).
È necessario procedere in questa landa discografica con cura, però, poiché se “Spit” poteva ancora trovare posto nella borsa di qualche DJ particolarmente misantropo, dal successivo “Periscope Blues” la faccenda si è complicata: i beats scompaiono quasi del tutto, per cedere il posto ad un paesaggio meccanico desolante e paranoico; il sound inizia a flirtare con l’industrial e le frange più nere dell’ambient, ma senza mai ridursi a nessuna delle sue componenti.
La predisposizione per le sonorità abrasive porta subito alla mente ciò che Fernow ha fatto uscire usando il moniker Prurient, prima di dedicarsi all’introspezione che caratterizza il sound del progetto Vatican Shadow. In un certo senso, potremmo dire che Morelli stia compiendo un percorso inverso rispetto a quello del socio, mettendo in atto una discesa agli inferi che lo ha portato dalla techno ad una materia sonora magmatica, quasi ai limiti del noise.

“A Gathering Together” amplia ulteriormente questo discorso, elevandolo a un nuovo livello: Morelli si spinge ancora oltre, ricreando un vero e proprio viaggio in K-Hole all’interno di un grosso pachiderma di acciaio. Dentro la macchina non filtra alcun raggio di Sole ed i suoni rimbalzano da una parete all’altra, cadendo in una diabolica trappola. E l’ascoltatore s’immerge dunque in una costante foschia di riverberi.

In “A Gathering Together” la traccia inaugurale “Cross Waters” trascina lentamente in un ambiente oscuro, con dei “tonfi” cadenzati e avvolti da voci manipolate, che ricordano il suono di una sega circolare. La produzione è sporchissima, come per gli album precedenti, ergo il disco suona come se qualcuno lo avesse immerso nella soda caustica, prima di averlo imballato. Ogni traccia è accompagnata da un rumore di fondo implacabile, rendendo impossibile un eventuale ascolto distratto.
“In Secret” acceca con dei flash che si fanno sempre più flebili con lo scorrere della traccia, finché un urlo inumano non strazia ogni singola cellula del corpo… Improvvisamente un drone nero come la pece sconquassa quel poco che è rimasto di integro nell’ascoltatore. Il feedback susseguente non fa altro che riportare alla vita; alla fine del viaggio manca ancora molto.
La title track è un inferno di field recordings deturpati, accompagnati da battiti il cui retro-look è tribale nei quali s’insinua un sibilio sinistro: in un’ottica perversa potrei affermare che questa è l’unica traccia vagamente ballabile del lotto. Sembra di assistere ad una scena di un vecchio cannibal movie, solo ambientato tra le macerie di una foresta in cemento e ferro.

“The Story Of Those Gone” nasce da una pulsazione monotona che risuona per tutta la durata del brano, appare come una sosta passata a fissare un macchinario pesante in funzione, sino allo spegnimento. E se la traccia precedente aveva disteso un po’ l’atmosfera, ecco che di nuovo l’escursione termica alla Ron porta verso un clima freddo, con l’odore di torba ad annunziare una minaccia imminente. “To Celebrate Through The Storm” raggiunge il cuore dell’universo industriale che ci ha inghiottiti: un chip impazzito risuona lontano, coperto da scariche elettriche, cavi penzolanti ed echi di metallo battuto dalla tempesta nucleare che impazza all’esterno. Per ultimo, “Dock Splinter” mostra la natura corrotta dal sound di Ron Morelli allontanarsi a passo lento, lasciando noi ascoltatori in un ambiente crudo, privo di una qualsiasi traccia di vita. Siamo soli, finalmente è di nuovo il silenzio.

Nel 2015 l’Industrial Music sembra essere davvero in uno stato di grazia, ma sono davvero pochi i dischi che possano vantare una tale vis evocativa. Con “A Gathering Together”, in poco più di mezz’ora, Morelli riesce a creare un universo morboso e raggelante, ma non privo di un certo fascino per l’ascoltatore che, coraggiosamente, si lascia condurre per mano lungo il tragitto.