Oneohtrix Point Never - Garden of Delete

 


Oneohtrix Point Never

Garden of Delete

Warp Records

WARP266


published:

13 Novembre 2015

 


 

Nuovo lavoro su Warp Records per uno dei maestri indiscussi dell’elettronica contemporanea: classe 1982, originario del Massachusetts, dopo aver esplorato i confini della kosmische musik e della vaporwave con i primi lavori (e collaborando, tra gli altri, con Tim Hecker ed Emeralds) Daniel Lopatin aka Oneohtrix Point Never approda nel 2013 nel roster della storica etichetta britannica forte dell’esperienza accumulata, soprattutto, come compositore di colonne sonore (su tutte ricordo la soundtrack di “Bling Ring” di Sofia Coppola).

Il primo lavoro per Warp s’intitola “R Plus Seven” e ha fatto conoscere OPN a un vasto pubblico, rimasto impressionato dalla capacità del compositore americano di saper racchiudere nei suoi brani un caleidoscopio sonoro e immaginifico assemblato a partire dai suoni analogici del suo amato Juno-60, di campionamenti radiofonici e cinematografici, percussioni schizoidi, ancora recs da fonti sonore imprevedibili come cellulari e vecchi giocattoli legate a classiche schitarrate post-rock, il tutto scritto e interpretato con grande sapienza e cultura musicale, mediate dalla comunicazione emotiva personale che Lopatin usa come filtro per ogni disco da lui inciso.

A due anni di distanza dal “felice debutto” su Warp, il nostro sembra voler recuperare qualcosa del proprio passato di amante della musica cosmica attraverso il nuovo album “Garden of Delete”, ma il risultato è tutt’altro che nostalgico.

Lasciatemelo dire subito, Daniel Lopatin aka Oneohtrix Point Never ha capito tutto di noi. E con “noi” intendo gli occidentali: in questo disco ha messo proprio tutto il necessario per riflettere. Il nostro caro, vecchio mondo consumistico viene presentato nel passato, nel presente e nel futuro: l’insieme di informazioni che ci vuole dare Lopatin sfrutta come database il disco in questione, che nella sua visione profondamente cosmica racconta una lunga storia partendo da un immaginario infantile comune, passando per le paure presenti, giungendo nei pressi di un futuro ipercinetico e imprevedibile.

Ma la storia messa in piedi da Lopatin non è certo colma di elogi, anzi, la favella procede con una sorta di ghigno che il narratore ha stampato sulla faccia. E di cui non si vergogna affatto.

In ogni pezzo Lopatin introduce ad emozioni semplici, fuoriuscenti dalla sfera dell’intelligibile. Lo fa per mezzo di suoni legati a un immaginario udibile e visibile, legato alla indole di chi è nato negli anni ’80, periodo apatico se considerato l’intreccio logico del comun sentire e parlare. Suoni che hanno fatto da colonna sonora alle nostre vite, legati, come sono, alle favole musicali di un certo cinema americano, agli spot pubblicitari, al synth-pop dei primi video trasmessi dalla giovane MTV. Ecco, quindi, imprimersi nella pupilla dell’ascoltatore un’immagine precisa, estensione di una memoria infantile, indimenticabile e intesa come semplice ricordo. È da qui, allora, che parte la destrutturazione, muovendosi da una scena metropolitana confusa e sgranata, una vecchia foto “residuale”. Che è fatta di suono reale, certo, ma soprattutto è emotiva. Cosa rimane perciò in noi di quel periodo? Forse nulla. Solamente questa foto, immagine espressiva del fattore cinematico-cosmico della musica di OPN, e la coscienza del significato distruttivo che ha avuto, sulle nostre vite attuali, tutta quella malsana gioia di plastica.

Intervengono rumori, campionamenti radiofonici, percussioni oblique e inquietanti, cacofonie. Solo pochi spazi di quiete disposti qua e là, istanti di serenità apparente. Ogni traccia dell’album è scena del percorso storico ed emotivo dell’autore / narratore, che nel finale suggerisce visioni caotiche e rumorose, poco definite, instabili e spesso accennate, prima del silenzio.

Il titolo del disco “Garden of Delete” racchiude con un’immagine perfetta il senso del viaggio emotivo descritto da Lopatin. Un non-luogo che ha cessato di essere, perché non è mai stato. Ora più che mai ne siamo divenuti tremendamente consapevoli.

Non mi sento di consigliare l’ascolto di una traccia in particolare: si tratta di un disco coeso, in cui ogni istante ha un senso proprio perché messo lì e non può prescindere dall’ascolto di ciò che è successo prima. Le tracce che metto in rilievo poiché giudico più interessanti sono “Mutant
Standard”, con i suoi 8 minuti emblematici della poetica di OPN, e “Child of Rage”, che attacca con un arpeggio di synth anni ’80 particolarmente efficace, sia per la scelta stilistica che per il richiamo esplicito a quel «già sentito, già vissuto», cui accennavo poc’anzi.

Cosciente di aver fornito solo una possibile chiave di lettura dell’opera, credo che questo album, più di molti altri, possa stimolare la sensibilità di chiunque l’ascolti. Può essere la colonna sonora perfetta per le vostre riflessioni cosmiche, e il significato di “Garden of Delete” è liberamente interpretabile dalle emozioni di ciascuno. Lasciate che Oneohtrix Point Never vi guidi nel vostro personale cosmic trip, le emozioni verranno da sole.