Swarm Intelligence - Rust



Swarm Intelligence

Rust

Ad Noiseam

adn189lp


published:

Ottobre 2015

 

 


Simon Hayes ha passato gli ultimi dodici mesi raccogliendo field recordings in luoghi abbandonati, tra metalli corrosi e found objects, dedicandosi successivamente ad un meticoloso processo di riarrangiamento e manipolazione: il risultato è “Rust”, un album in cui tutto ruota attorno al concetto di abbandono.

Chi ha familiarità con le sonorità generalmente proposte dalla berlinese Ad Noiseam si troverà abbastanza spiazzato da questo lavoro, così come si sentiranno estraniati i fan della prima ora del produttore: le tracce che dobbiamo affrontare non hanno nulla in comune con i breakbeats frenetici e technoidi degli EP precedenti. Piuttosto, vengono elaborate e ritessute le trame sonore di “Faction”, altro full lenght targato Ad Noiseam: dove l’approccio di “Faction” era abbastanza omogeneo, “Rust” risulta molto più organico e variegato, muovendosi con estrema eleganza da momenti in cui beats chirurgici dominano la scena a sezioni più dimesse ed oniriche, mantenendo una componente cinematica e narrativa.
Sempre rispetto al predecessore, questo album articola sezioni ritmiche molto più complesse e focalizzate, pur rimanendo abbastanza distanti da una possibile deriva ballabile. Pare che Swarm Intelligence abbia deciso di trovare un compromesso tra le sonorità proposte dall’etichetta e la materia prima della sua ricerca, concedendosi una produzione da cui traspare il decadimento dei luoghi visitati da Hayes.

Il disco si apre con il movimento corrotto Courtyard, che suona come una certa scuola post-industriale nostrana (si veda l’immarcescibile Simon Balestrazzi con i suoi svariati progetti): l’atmosfera è nebulosa ed irreale, le distorsioni sono portate alla loro estrema conseguenza, suonando minacciose, ma al contempo rassicuranti.
Segue un’ ottima coppia di brani, vera e propria aggressione ritmica, capaci di trasportare l’ascoltatore in un mondo prossimo al collasso, dove ogni kick suona come un edificio che collassa nel mezzo di un ancestrale cumulo di macerie. Tra le due spicca “Vibrating Wire”, che fa uso di un drammatico rallentamento progressivo, scivolando da una techno tetra ad un’ottundente cacofonia di luridi beats ed abrasione rumoristica. La situazione prende una piega davvero interessante con le successive “Demolition Ground” ed “Excavator 288”, l’una collage di field recording grezzi e brandelli sonori lasciati allo stato brado, l’altra pesante ed opprimente come il suono di una scavatrice in azione. In questi momenti di sperimentazione il producer mostra una vena di incredibile capacità evocativa, riuscendo a far vivere pienamente l’esperienza di un mondo fatto di macchine in disuso.
“Low Power Line” è animata da un beat monolitico ed oscuro, contornato da suoni di metalli percossi e maltrattati, frutto dell’elaborazione del tassidermista Hayes, che è in grado di trasformare le sue registrazioni in stratificazioni sonore inquietanti. La lunga “Attic Spring”, con il suo incedere marziale ed implacabile, riesce ad essere morbosamente ipnotica, poggiandosi su un sostrato misterioso in continua evoluzione. La coda del disco è costituita da una suite di tre brani in cui l’ascoltatore è lasciato libero di galleggiare in un mare di rumore ed echi lontani di fabbriche vuote, chiosando l’avventura sonora con un umore indefinito, meditabondo e sognante.

Questo album non è indirizzato all’ascoltatore casuale, perché richiede numerosi ascolti per essere pienamente compreso. Inizialmente suona molto disarticolato, facendo pensare ad un lavoro poco coerente e vagamente disordinato. Tuttavia, chi di voi si cimenterà in un percorso di attento studio filologico dei suoni e degli spunti presenti riuscirà a comprende l’immenso lavoro che sottostà a questa decina di tracce, scoprendo che in realtà “Rust” può essere considerato un meritevole tentativo di unire uno spirito sperimentale ad un’attitudine più dancefloor oriented, coniugando suono ancestrale e potenza sonora.