A Chat With: SOFATALK

Settimana scorsa ve ne abbiamo offerto un assaggio (vedi sotto), ma chi aveva approfittato del full streaming attivo a marzo su Bandcamp sapeva già tutto: Diforisma, l’ultima fatica di Piero Paolinelli aka SofaTalk, merita un buon hi-fi, orecchie aguzze e un po’ di spazio per lasciar andare le gambe. Se non lo sapevate poco male, il 24 aprile è arrivato, il disco è fuori ed è ufficialmente la prima release di Cognitiva Records, la sua nuova creatura. L’attesa è stata lunga, e per ingannarla abbiamo chiesto a Piero di raccontare e raccontarsi, tra vita, produzione, influenze e curiosità.

 

 

Come e quando Piero diventa SofaTalk?

Il progetto nasce nel 2012. Utilizzo la parola “progetto” perché in realtà l’idea è nata insieme ad alcuni miei amici / collaboratori con i quali condivido le stesse passioni: graphic design, visual communication, videomaking e naturalmente la musica. Ci ritrovavamo spesso sul polveroso divano vintage del mio studio a Roma a tirar fuori idee su un’eventuale progetto musicale da portare avanti insieme (da qui nasce il nome SofaTalk, inteso come brainstorming, o meglio, “parole futuriste in libertà sul divano”). Poi ognuno prendeva possesso di uno strumento e ci si metteva a fare delle jam improvvisate dalle quali uscivano elementi molto interessanti che registravamo e riprendevamo le volte successive. Le cose in seguito sono un po’ cambiate, alcuni si sono trasferiti in altre città o all’estero, altri hanno preso strade diverse, così ho deciso di portare avanti il progetto autonomamente.

 

Cinque anni di attività e siamo già all’ottava release, di cui sette concentrate negli ultimi due anni, con lavori usciti per le migliori etichette del settore (INI Movement, Roots Underground Records, Ambassador’s Reception, ANMA Records per citarne alcune). Segno che la musica é passata dall’essere una passione ad un lavoro a tempo pieno?

Effettivamente è proprio come sottolinei tu. Faccio musica dagli anni ’90: vivevo a Bologna, studiavo all’Accademia di Belle Arti e avevo uno studio in un vecchio basement in centro storico dove iniziai ad appassionarmi alla sintesi sonora acquistando il mio primo synth, un Roland Juno 106, che mi portò pian piano a realizzare un home-recording studio bello sporco, pieno di cavi, jack, saldatori e tanto hardware. All’epoca si lavorava con Atari ST abbinato a Cubase 1.0 che fungeva da sequencer, era tutto molto artigianale, ricordo prove infinite utilizzando registratori multitraccia a bobina per registrare sequenze con synth privi di midiport. Quegli anni di formazione mi portarono a collaborare con artisti e fondazioni per l’arte contemporanea, realizzando tappeti sonori per vari happenings, e in seguito a sperimentare anche su sonorità “dance oriented”. All’inizio era pura passione, ma con il passare degli anni il desiderio di realizzare un vero progetto musicale diventò sempre più forte. Così mandai delle demo a Stevie Kotey dei Chicken Lips che mi diede l’opportunità di pubblicare il mio primo EP sulla sua nuova etichetta, la Ambassador’s Reception, e di collaborare successivamente con produttori e artisti che apprezzavo moltissimo. Poi arrivò “Fairy Dust EP”, prima release in vinile per Roots Underground Records di Marco Celeri e Simona Faraone, disco al quale sono molto legato affettivamente. Da quel momento in poi il gioco si trasformò in un lavoro a tempo pieno.

 

Nuovo disco, ma soprattutto nuova label, la tua. Com’é nata Cognitiva? Il nome racchiude un determinato concept?

Cognitiva Records prende forma dal desiderio di poter produrre musica senza alcun limite. Un’etichetta personale rappresenta uno stimolo in più, una sfida volta a definire un’identità propria ed originale attraverso una ricerca instancabile. Il concept di Cognitiva è una riflessione mia personale sull’acquisizione della conoscenza, che procede attraverso molteplici percorsi culturali ed intellettuali fra loro interconnessi, determinati dalle esperienze, dal background di ognuno di noi. Mi interessava proporre e applicare un approccio libero ed incondizionato alla musica attraverso la produzione e l’ascolto di sonorità differenti . Una contrapposizione rispetto al già conosciuto per una progressione verso contenuti nuovi e alternativi di percezione ed elaborazione di informazioni musicali.

 

É stata l’idea dell’etichetta a condizionare la produzione del disco o viceversa?

Diciamo che le cose sono andate in perfetta sintonia. Come prima release avevo bisogno di una produzione che tracciasse una linea da seguire, perciò ho scelto di portare avanti un mio progetto molto particolare. Avevo questo materiale raw in archivio,  frutto di sperimentazioni con strumenti acustici ed elettrici registrati live, ad esempio alcune parti ritmiche suonate con una Roland VDrum triggerata… e iniziai a rimetterci mano con l’idea di realizzare un disco che suonasse più reale e meno quantizzato, un po’ sporco e ricco di influenze stilistiche. Ne sono uscite queste quattro tracce che spaziano tra fusion, jazz, funk, bossanova, neo soul ed elettronica.

 

A proposito di influenze stilistiche… Diforisma arriva a brevissima distanza da Echoes From the Southern Place, ciò nonostante il mood pare cambiato: tra i generi che hai citato l’impronta jazz è tra le più marcate, pensi che la tua sperimentazione possa seguire questa scia?

In questo momento sto lavorando ad un progetto un po’ diverso, più sporco ed elettronico. Sicuramente l’influenza jazz si sente, ma sto cercando altre strade. Parallelamente sto preparando un live che avrà un’impronta più in linea con “Diforisma”, quindi più acustico.

 

In questa release troviamo 4 pezzi tuoi, l’intro curato da Tomi Chair e 3 remix ad opera di colleghi, tra cui Z Lovecraft che lavora a stretto contatto con la londinese Rhythm Section, crew pioniere del genere. Quali sono i tuoi modelli a livello artistico?

Sono cresciuto con Herbie Hancock, ho consumato i suoi dischi. Se dovessi illustrare il mio percorso formativo inizierei sicuramente da qui e dai Weather Report. La lista è lunga, ma per citare alcuni degli artisti più contemporanei che hanno dato moltissimo al mio imprint musicale direi Jaga Jazzist, Burnt Friedman, Bugge Wasseltoft, Jimi Tenor, Matthew Herbert.

 

Che musica ascolti ultimamente? E quanta ne ascolti?

Ascolto moltissima musica, non mi fermo mai! Diciamo che prevalentemente vado alla ricerca di nuove sonorità scavando nel sottobosco underground. C’è veramente tanta roba interessante prodotta da musicisti talentuosi che avrebbero bisogno di essere valorizzati. Cognitiva Records è nata principalmente per questo scopo, ultimamente mi piace molto immedesimarmi nella figura di talent scout: vorrei che fosse un cantiere aperto a varie espressioni artistiche. I grandi nomi di producers affermati li lasciamo ad altre label che pensano, giustamente, anche al lato economico e di vendita. La mia idea invece è quella di dare un’impronta, lasciare un segno partendo dal basso, dal sottobosco appunto… ci sono tantissime realtà poco considerate, non ancora affermate ma di altissima qualità. Questa è la linea che vorrà portare avanti Cognitiva Records.

 

Ricevi molti più consensi all’estero, come sempre arriviamo dopo… o non ci arriviamo proprio, complici programmazioni ripetitive dei locali e gli stessi media di settore che non danno il giusto spazio alla scena house / broken beat nostrana-e-non. Pensi che aumentando l’offerta “dal vivo” si possa catturare la curiosità di un pubblico più vasto?

Per quanto riguarda il nostro mercato musicale, credo che l’estro e la musicalità che abbiamo noi italiani siano assolutamente il valore aggiunto, anche se per altri versi rimaniamo meno organizzati e coesi rispetto ad altri paesi. In Italia, come giustamente dici tu, i circuiti sono molto chiusi e le programmazioni sono quasi a senso unico. Ci sono alcune realtà che per fortuna riescono a portare avanti una linea originale sia sull’aspetto delle esibizioni live che nelle produzioni musicali di alta qualità, ma ripeto, dal mio punto di vista bisognerebbe valorizzare in modo più efficace le molteplici sfumature di genere che offre la musica elettronica “dance oriented” contemporanea.

 

Per quanto ti riguarda, meglio dj set o live?

Sono entrambi strumenti efficaci, dipende tutto dal contesto nel quale vengono proposti. Un dj set di qualità trasmette tantissime emozioni, essendo una forma espressiva in cui l’ascolto fa da elemento fondante. Il live invece ha bisogno anche di coinvolgimento visivo, è una forma più teatrale, una performance…potrà suonare più sporco, ma le emozioni sono date da molteplici fattori: il modo in cui vengono utilizzati strumenti, effetti, samples, i virtuosismi dei musicisti etc.

 

Chiudiamo con le anticipazioni: da chi potrebbe essere firmata la prossima uscita su Cognitiva? Qualcosa si é giá mosso?

Posso solo anticipare che per la prossima release Cognitiva darà alla luce una nuova serie limitata: “Point of View Series”. Ogni uscita sarà un Various affidato ad artisti molto simili per orientamento. Parallelismi, confronti, ogni release avrà un taglio diverso. La data di rilascio sarà a settembre. Parallelamente sono già al lavoro per il prossimo album, la CR002, ma non posso svelare ancora nulla.