Dopo quasi tre mesi di NUL pensiamo sia arrivato il momento di dare un po’ di spazio, di uscire fuori dalla narrazione degli eventi per approfondire chi, gli eventi NUL, li vive portando il proprio knowledge musicale alle orecchie di tutti. Spesso gli occhi sono puntati sull’ospite, sulla novità, ma è importante non sottovalutare il legame con gli artisti che, settimana dopo settimana, contribuiscono alla creazione di un’identità collettiva e crescono insieme a noi.
È questo il caso di Michele: qualcuno lo ha conosciuto come Fitnessbitch, qualcun altro ne ha già apprezzato le doti come Dual Unity, al netto di tutto uno dei dj resident più cool al momento sulla piazza meneghina. Dual Unity si racconta dalle nostre parti raccontandoci le certezze (o meglio, le libertà) associate al suo periodo di rinascita creativa sia in parole, sia con un mix esclusivo.
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Dopo cinque anni di Fitnessbitch, cosa è cambiato?
Ho avuto un momento di crisi l’anno scorso. Poi passa l’Estate, provo a produrre cose nuove e scopro che Fitnessbitch non c’entra più niente, è morto. Adesso mi sento completamente libero di poter ri-iniziare un percorso artistico, non del tutto nuovo perché è un continuativo, e arriva già da un anno di ricerca. L’idea è riuscire a mettere insieme vari mondi. Nel mix c’è una parte acid e una parte più techno, con cassa dritta, la cosa figa è riuscire a mischiare la parte percussiva con quella più techno. A me piace creare un’ambientazione scurissima, poi non ci riesco perché caratterialmente sono super festaiolo, però all’ultimo NUL a cui ho suonato ho trovato proprio quello che voglio fare in questo momento.
Questo si vede anche nel logo e nella foto…
Il logo: graffi, tribale, una cosa primitiva, le mie origini sono musica nera, la roba che ho sentito negli ultimi anni viene soprattutto da Los Angeles. Poi la techno tutta, Detroit e Chicago, con la loro natura fumosa e industriale dietro. Da lì il richiamo primitivo e la foto, che si stacca completamente da quello che ero prima. Ho lavorato dall’ispirazione alla realizzazione con Francesco Merlini che ha scattato la foto, e Carlo Miozzi, che ha disegnato il logo. È stata essenziale Serena Congiu che mi ha reso nero per una volta nella mia vita. Poi la D e la U sulla faccia. gioco fatto. un pazzo (ride, N.d.r.).
Spiegami un po’ da dove viene la scelta del nome “Dual Unity”: ho letto dei tuoi riferimenti al cosiddetto “Exglomeration Model”, ossia, filosoficamente parlando, un’idea del “Sè” composto dalla somma dei propri Io. Una sorta di crescita dell’essere?
Esatto, tu coesisterai sempre con una serie di cose, non ci sarà mai un momento in cui riuscirai a finire qualcosa completamente e iniziarne una nuova. Questa è una cosa che vivo sulla mia pelle facendo un lavoro molto creativo, costantemente creo dei riferimenti che cerco di inserire dentro alle cose che faccio. Anche a partire dalla strumentazione che hai: io ad esempio ho questa MPC che non funziona come una drum-machine ma non riesco a sbarazzarmene, l’idea di tenere il ritmo, campionare, apparterrà sempre a me , dall’altra parte c’è un’anima molto più rigida, più su una ritmica fatta dalla macchina. Questo dualismo si ritrova anche nel mix. C’è anche un disco che si chiama “Dual Unity” [Annette Peacock, Paul Bley] che è folle, pieno di synth, suoni strani e piano elettrico. L’anno scorso per me è iniziata una seconda giovinezza, coincide con tante cose tra cui questo progetto più serio.
So che la tua prima volta in assoluto come dj è stata al fianco di Tyler, come sei finito di nuovo con lui a NUL?
Mi piace tantissimo il clima che ha creato, sono andato a suonare una volta, per ammazzare Fitnessbitch, pensavo non mi avrebbe mai chiesto di suonare due volte. In una sera ho messo tutto quello che ho suonato in sei anni, la gente è impazzita, e quindi c’è stato un secondo addio a Fitnessbitch in sala specchi. Poi Tyler mi ha chiesto se mi andava di entrare come resident. La sala specchi in questo momento è la situazione perfetta, è un club anni ’70, suonare là per me è una soddisfazione incredibile.
Quali sono le tue ultime ispirazioni, che leghi anche al nuovo progetto?
Mi vengono in mente Adam Port, Midland e Trevor Jackson, che fa una ricerca pazzesca ed è anche all’interno del remix, con una traccia scurissima, tamburo e cassa molto angosciante. Tanto anche Acid Arab, un duo da Parigi.
Un’ultima curiosità: come svolgi di solito il processo di ricerca?
Prima di tutto Phonica Records, quello è il punto di ingresso, poi da li scopro le etichette e vado in profondità su ognuna, a volte parto anche da un nome: uno dei miei producer preferiti è Matrixxman, parto da lui e arrivo alle uscite sulle varie etichette. Poi cerco mix fatti dall’artista, tracklists e ultimamente anche tanto Shazam. Fondamentale, che mi da più soddisfazione -e non è romanticismo a caso- è andare da Serendeepity, sto la un’ora e trovo cose che su internet non esistono, alle quali non sarei mai arrivato.
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“Uno”, il primo mixato come Dual Unity, è un inizio perfetto, in grado di trasmettere sia la svolta stilistica che il dualismo rappresentato dalla somma di diversi generi e dei “vecchi” elementi con le novità.