Personalità e vita vissuta: May Nam l’innovatore

Musicista e produttore italiano con casa a Berlino, May Nam è uno degli “emergenti” più quotati tra i nostri beniamini e le virgolette non sono un caso. Non è un giovanotto appena uscito dalle scuole superiori o in fase d’approccio della terza decina, il progetto artistico c’è da qualche anno e molte tracce sono rintracciabili sul suo canale youtube: «Puoi prenderlo in considerazione come una “cronistoria” più che un’autobiografia. Alcune delle prime cose che ho caricato “sono un po’ così”, ma è giusto non toglierle, ormai le ho fatte», dice lui. «Ho visto gente non pentirsi per crimini ben peggiori» e aggiungo che di castronerie non se ne sentono. Noi intanto si ride, in allegria.

Ho incontrato May Nam qualche tempo fa e m’è apparso subito una persona estremamente allegra, sia per l’andamento ondeggiante del suo mitico afro, che dal saluto: non c’eravamo mai visti eppure ci siamo salutati come fanno due amici che si conoscono da tempo. Lui attacca subito con due chiacchiere e mi racconta «che comunque dove sto io (Berlino, NdA) ce la si cava bene anche come artista. Lì c’è da fare, basta dimostrare che sei attivo, non come qui da noi: qui è più probabile che ti piglino per il c**o, tra fervente spirito nazionale e castronerie da paesello, sai com’è!» Dopo una breve pausa sorriso, continua: «Perché poi vedi, per fare tutte queste cose devi avere tempo di metter giù le idee e ispirazione. E per l’ispirazione ci vuole altro tempo. E dove lo tiro fuori tutto questo tempo senza intascare niente?»

Ma le ragioni per cui May Nam si è trasferito diversi anni or sono non riguardano l’arte e lui non vuole approfondire più di tanto la questione, preferisce non entrare nello specifico, parla solamente di ciò che ne ha ricavato: «Sai che poi in questo genere di cose non fila tutto liscio. Ne vieni fuori diverso»; «anche come musicista?» chiedo, e risponde: «Eccome! Hai tutte delle emozioni nuove da rappresentare, derivate da queste sensazioni. Però ecco, non ti viene subito spontaneo. Devi aspettare un po’, ci vuole il tempo per l’ispirazione. Che poi, può essere arrivi in un attimo. Anzi. Fai che spesso è così: vedi un paesaggio, immagini come potresti raffigurarlo in vari modi, ma deve essere spontaneo». Laddove non ride, alza le spalle quasi a farla franca, prende il tutto con ironia. Laddove omette, sorride. Anche nel momento in cui gli chiedo del suo nome. Potrei anche chiamarlo duca Antonio del Gambellara che non s’offenderebbe, questo poiché «Non me ne frega niente. Nel senso, è una domanda troppo personale». Qui la coda di paglia s’infoltisce e si ride a crepapelle. È un buon comunicatore, non c’è che dire.

May è un personaggio “labirintico” ma non presenta incertezze laddove si imbocchi la giusta via per l’uscita - la comprensione del soggetto: spirito forte, personalità eccentrica e naturale, questo è il suo approccio alla vita. E la sua musica? «Se l’ascolti così per così non ci capisci niente, c’è troppa roba.»

Non ho capito, in che senso?
«La musica è quella che è e ok, servono un po’ di ascolti per capirla ma poi c’arrivi, però i titoli delle canzoni rimandano ad aneddoti miei, sono semplici giochi di parole e ricorrenze linguistiche della mia vita di tutti i giorni, robe venute fuori in delirio divertito con gli amici o in momenti di semplice solitudine. Nomignoli. Versi. Cose così. “Puppy Tanz“, un pezzo di ‘Anacol Jut’, contiene un campione di un pezzo di un musicista bluegrass (David Bromberg) che ballavo sempre da piccolissimo con mio padre. Tanz, tedesco, sarebbe l’inglese Dance. Puppy potrebbe suonare sia come mio “papà” che danza, ma pure come il ragazzino, il puppy (io) che balla. Papà e Figlio in uno, tipo. È un pezzo dedicato a mio padre, le voci incomprensibili che si sentono parlano di me e mio papà. E poi ci sono i video, consiglio soprattutto gli ultimi, inquadrano la situazione sotto forma di pseudo-visioni. Il progetto artistico procede sempre a tutto tondo, se dovessi soffermarmi sulla musica suggerirei prenderla davvero per quello che è: ogni pezzo trasmette le sue emozioni e poi, se si vuole giocare a ricomporre il tutto, non mancano le suggestioni. Tipo con ‘Anacol Jut’, appunto».

L’album del 2015, lo ricordo. Se ascolto “We Shake Sperando” penso al fatto che sia un po’ fuori riga, ma l’imprecisione non è il male più oscuro. Parlando di musica, in materia, a volte qualcosa non suona perfetto nel tuo album e magari il sound non è sempre raffinato a dovere, tuttavia sembra che questa imperfezione sia voluta, ragionata.
«Lo capisci dalle voci che non sono registrazioni da teatro, per dirti. E questa cosa dell’errore vien fuori dai, ci siamo quasi ma devi considerare che viene tutto un’altra dimensione: non sono idee che capti stando sempre sul razionale, ecco. Altrimenti è come vivere nel paesino, no? C’è poco, bisogna cercare altrove».

May Nam c’è, allo stesso tempo ci fa e ci sa fare, poiché quando lavora ci mette la testa quando deve e quando la stacca tiene comunque lì i suoi obiettivi, in un cassettino dai contorni un po’ imprecisi e colorati ma che c’è, sempre e costantemente aperto. Sacrosanta qualità.

Nonostante l’aspetto molto sportivo e i voli pindarici, che ogni tanto ci stanno, la persona che ho di fronte è più seria di quanto avessi potuto immaginare. Dai suoi racconti - che non sto ad elencarvi, ma scordatevi del gossip in questa sede - si evince una particolare capacità di mettere in pratica lealmente ciò che ha imparato nella vita di tutti i giorni, e anche in musica ragiona in questo senso. Forte di un passato «in una rock band, ai tempi ascoltavo molta musica di quel genere. La ascolto ancora adesso, però meno», e in virtù di un approccio all’arte quasi istintivamente puerile - in senso buono, May Nam cresce nelle terre italiane divertito e al tempo stesso annoiato da quello che ha intorno. Se ne va in età adulta seguendo il cuore e in terra tedesca inizia ad ascoltare Apparat, seguito dalla folta schiera di musicisti che allora nascevano dal buon frutto di un terreno elettronico fertilizzato dagli anni ’90. S’appassiona a questa musica fino a produrla, con field recording e tutto il resto del caso. Quello fu il tempo in cui May forgiò il suo spirito libero e ispirato, anche se oggi le cose sono un po’ cambiate: «Prima ero più farfallone, da un pezzo all’altro passavano anche dei mesi. Ora ho dovuto accelerare un po’, tanto che sto già preparando qualcosa di più dance, come la chiamano di solito. Fai che è qualcosa di un po’ spinto, magari un po’ d’n’b, ma l’hai già sentito anche con le recenti produzioni della nostra etichetta (Moojica Tapes). Però è passato poco dall’album, vedi? Sono più veloce nel rappresentare le idee ora. Ma è normale, ci vuole l’esperienza».

Oggi il buon May sta producendo «roba più “asciutta”, registro tutto qui in studio a Kreuzberg, in uno studio di hippoppari. Più voci alla Panda Bear, più suoni alla Arca, più bastoni drum and bass, più pad alla Aphex Twin. Sì, sto cercando ispirazione anche da altri artisti perché è il periodo giusto. Poi a parte sto facendo un sacco di tele, presto arriva la prima esposizione a Berlino».

Tutto qui?
«In verità ho composto sette tracce, si tratta di un album. Sto imparando a usare come si deve i bassoni e dei suoni nuovi che… poi sentirai».

È un artista eccentrico e un po’ démodé, scrive riflettendo e compone musica mettendoci l’anima, dipinge le proprie visioni e distorce la realtà nei suoi video. Mette sempre l’arte al primo posto, lo scopo e lo sfogo creativo sono la sua stessa esistenza. Non voglio essere di parte, ma penso che in futuro sentiremo parlare spesso della musica di May Nam, giacché composta a partire da una prospettiva nuova dove l’intreccio dei suoni, seppur spesso grezzi nella lavorazione delle singole parti, lascia sempre una buona dose di quello stupore da «non ci avrei mai pensato», valore che non sempre emerge al primo ascolto. La chiave di lettura della sua musica è quindi il soggetto stesso, un personaggio forte della sua esperienza personale, e della sana pazienza, non troppa.

Mi hai già detto che l’esserti trasferito a Berlino è stato uno dei cardini del tuo processo di crescita come artista e come persona, date le emozioni, etc. Ma in senso molto più pratico, cosa ti permette di vivere così bene il mondo dell’arte e della musica là?
«Innanzitutto avendo l’etichetta e producendo qualche soldino arriva, c’è anche una pensioncina che là ti riconoscono perché ti stai sbattendo. Poi c’è la mutevolezza della gente e della città, stemperata dalle abitudini che hai con chi lavori, coi tuoi amici e i tuoi vicini. Tutto cambia ma certe cose restano, e questo ti conferisce la quiete necessaria per lavorare come si deve, e ogni tanto goderti novità e scoperte. Parli con tanta gente a Berlino, ne ricavi delle buone informazioni, ci sono tanti giri interessanti. Poi ha i suoi difetti, tutto sommato non emergono perché ci son tante cose positive: la situazione è abbastanza omogenea, come ci si aspetta da Berlino. Sai, poi il caso disperato c’è ovunque, tipo qualche tossico estremo. Entrando nello specifico discorso delle cose lì e dintorni, che comunque con la musica elettronica spesso van di pari passo e che costituiscono un problema… Credo che il concetto di “ricreativo” sia stato usato troppo in passato, e oggi c’è chi se ne approfitta perché li vedi no, son sempre lì a far ricreazione in un altro mondo. È un po’ esagerato, no? Poi io non son contrario, penso non ci sia nulla di male se uno vuol farsi una cannetta per i cazzi suoi o anche altro. Ma che abbia uno scopo, ti faccia raggiungere una libidine particolare o che ne so. Altrimenti evita che poi sembri scemo, no?»

May Nam è anche questo: uno che parla a ruota libera e quasi si intervista da solo. Ha una visione molto compatta e attenta di ciò che gli accade intorno, sa interpretarlo e ne ricava informazioni che diventano idee, e in modo ancor più naturale musica, che viaggia tra discrezioni ambient, distaccamenti progressive e relazioni krautistiche. Una formula nuova e interessante, non immediata, che mi auguro possa concretizzarsi al più presto: la maturazione con il prossimo album è attesa per quanto riguarda un lavoro minuzioso in studio e potrebbe sfociare in un LP notevole. In bocca al lupo May Nam l’innovatore!