Kettel - Wingtip

 


Kettel

Wingtip

Clone

C#DUB13LP


published:

7 Marzo 2016



Sono passati 15 anni da quando Kettel, olandese classe 1982 fondatore della Sending Orbs Records, ha esordito con il suo primo album intitolato “Cenny Crush”, ne sono invece passati nove da “Whisper Me Wishes”, che viaggiava sulla stessa lunghezza d’onda, e tre dalla sua ultima release, una soundtrack. Quest’anno è tempo di “Wingtip”, album che sublima il percorso del musicista, interrotto da anni di assenza alla produzione di LP a favore di musica per videogames e commercials.

Kettel ha un problema che salta subito all’orecchio: ricorda, senza vergogna e quasi orgogliosamente, Aphex Twin. Questo è il fil rouge che allinea i vari passi del percorso poc’anzi citato, e da qui, per capire su che cosa fondare la valutazione dell’album, dobbiamo affrontare un’annosa questione: giudichiamo quel che ascoltiamo in maniera indipendente dal contesto, o non riusciamo a nascondere la delusione di sentir qualcosa che sembri citato, emulato o nel peggior dei casi copiato?

Il fatto è che “Wingtip” non merita di esser gettato nel cestino per il richiamo ad AFX, per quanto palese questo possa essere, tuttavia il problema è che lo stile di AFX è suo, personale ed identificativo. Eppure, qualcosa che non torna c’è; decido di fare il punto della situazione al primo ascolto: le tracce assomigliano troppo a quelle di AFX da non pensar ad altro. Mi fermo e rifletto, nel frattempo passo al secondo ascolto e metto il giusto impegno nello scollegare la mente da tale contesto. Al terzo giro del disco ho amato “Wingtip”. È un LP eclettico, che sembra voglia risucchiare l’ascoltatore in un vortice di sintetizzatori distorti in cui l’artista dà libero sfogo a tutta la sua creatività, senza remore di genere o stile: tracce di piano solo, l’ultima traccia jazzy, passando per synth layerati a 150 bpm, nostalgia più arpeggiata e melodica, con percussioni pulite e spezzate. Sì, come in Aphex c’è ogni tipo di suono e strumento, come in Aphex c’è sentimento futurista e, ancora una volta, come in Aphex c’è anche un po’ di cassa violenta, che però non s’avvicina mai ai suoi livelli.

Ma diamine, se Aphex non fosse mai esistito, paradossalmente quest’album sì, l’avremmo acclamato, eccome! Oltretutto è una selezione di brani prodotti negli ultimi due anni e l’autenticità dei sentimenti che emergono dall’ascolto ne è dimostrazione: non è un LP da due settimane in studio, è una collezione matura e ragionata, e appena partirà “Poblesec” vi accorgerete di tutto questo, specialmente se conoscete il barrio di Barcellona a cui si ispira.