Radiohead - A Moon Shaped Pool

 


Radiohead

A Moon Shaped Pool

XL Recordings

unknown


published:

8 Maggio 2016

Una sensazione di smarrimento, la memoria percorre improvvisamente territori conosciuti, una sorta di déjà vu musicale per poi tornare gradualmente, col passare del tempo, a ricostruire tutti i tasselli e a dare un senso logico a ciò che al momento appariva insensato. Ecco come si sono sentiti molti di voi alle ore 21.00 del giorno 8 maggio 2016, circa un’ora dopo il rilascio di “A Moon Shaped Pool”, nono album in studio dai Radiohead, la band dell’Oxfordshire che torna dopo “The King of Limbs” del 2011. Una sensazione di smarrimento che per qualcuno è rimasta invariata anche dopo alcuni ascolti, mentre per altri si è trasformata in qualcosa di comunque appagante. Cerchiamo di capire il perché di un sordo colpo al cuore che in molti, come me, hanno accusato dopo un primo approccio all’ascolto di questo LP.

Partiamo dal principio e quindi dalla campagna marketing, dal richiamo dell’hype avvenuto con l’azzeramento dei canali social, dalle aspettative spropositate che hanno anticipato l’uscita dell’album, ovvie quando si parla della formazione guidata da Thom Yorke. Prima di analizzare le undici tracce precisiamo perciò un dato inalienabile, ossia il fatto che il cordone d’iniziative sopracitato ha prodotto la situazione da cui è scaturito il mio dannato stato d’animo: qualsiasi cosa decidano di fare i Radiohead negli ultimi anni, riescono a trasformarlo in un evento mondiale esasperante - dall’esercizio di marketing per l’album solista di Yorke dell’anno scorso, alle anticipazioni dell’album, piccole tracce audio postate sui social per incuriosire i fan - è solo che questa volta ci hanno calcato un po’ troppo la mano. Tutto qui?

I Radiohead sono riusciti nel giro di qualche ora a disossare volutamente tutto lo scheletro portante costruito in trent’anni di attività artistica per lasciare spazio a una struttura indefinita, una specie di vuoto circondato da una surreale attesa, intervallata da indizi dal discutibile gusto artistico/mediatico. Il culmine di tutto ciò è stato mettere sotto i riflettori undici tracce da cui mi aspettavo di più: molte sono datate e rivisitate negli anni, riarrangiate in modo se proprio vogliamo anche esemplare. Che non è poco, tuttavia sono Loro, perciò non è abbastanza per prendere la lode. “True Love Waits” la fa da protagonista assoluta, se consideriamo questo punto di vista, la versione che ci viene presentata è stupenda, e va bene, ma questo, ancora una volta, è niente di tutto quello che un vero fan potesse aspettarsi, ossia un LP che non si cela dietro una raccolta di B-Sides, con l’aggiunta di qualche nuova traccia - seppur ottime, sono un po’ poche. Questo mi ha sorpreso in modo tendenzialmente negativo. Concedetemelo.

Come per incanto è stata di colpo smentita la fuga di notizie che considerava l’album qualcosa di completamente diverso e un capolavoro assoluto, un nuovo punto di svolta della band, per poi riaffermarlo nuovamente dopo qualche giorno dal rilascio. Qualcuno con lo spiccato senso dell’indizio ha successivamente trovato innovativo un particolare riguardante le tracce, ossia che siano state pubblicate in ordine alfabetico e che l’album sia stato registrato in parte - forse - nello studio La Fabrique a Saint Rémy in Provenza. E allora bene, mettiamoci dentro anche questo. Le premesse ci sono tutte: stiamo ascoltando dei gran bravi Radiohead a cui tutto o quasi può essere concesso, anche un’eccesso di rappresentazione della propria intimità, tanto da perdere quel canone di crescita nella composizione e nel suono che ha contraddistinto la fuoriuscita di ogni nuovo LP, e che non colgo in “A Moon Shared Pool”. Tra un anno, riascoltando per intero questo e tutti gli album precedenti avremo forse dei rimpianti? Non lo sapremo mai, e quindi?

Quindi “A Moon Shaped Pool” è esattamente questo, che a noi piaccia o meno: un bell’album con dei passaggi spiazzanti come solo loro sanno fare, ma meno di quanto m’aspettassi e devo accettarlo, senza ripensamenti e nella speranza che non sia l’ultimo, indipendentemente da ciò che riportano i social media sparsi per ogni angolo del globo. Punto. Come un sogno che svanisce. Di fatto, è come se per incanto l’alieno ed eclettico Thom abbia attraversato un ipotetico periodo di crisi - la separazione dalla moglie nel 2015 non è lontana - portando alla luce ciò che aleggiava probabilmente da chissà quanto tempo e che all’alba dei cinquant’anni ha iniziato a evidenziarsi con più prepotenza; un flebile e sottile grido di dolore, accompagnato da fame creativa mescolata a una quasi completa mancanza di idee. Dopotutto vi ricordo ancora che più della metà delle tracce sono datate. So che per qualcuno questo è difficile da digerire. Forza, chiudiamola con un “perdonabile”.

Del resto ci hanno sempre abituato a produzioni frutto d’introspezione artistica, forma che se deve essere utilizzata come cura per tornare a creare, necessariamente o quasi, allora necessita d’essere accompagnata da un periodo d’isolamento. Si tratta di un processo attraverso il quale si acquisiscono concetti, idee astratte, mediante le quali ci si appropria di un’emozione che in seguito viene sezionata, analizzata, manipolata e rimodellata sotto forma di arte. Cosa che probabilmente non è avvenuta, almeno questa volta, a causa delle varie collaborazioni, i problemi e i progetti live più o meno discutibili - esclusa ovviamente la formazione Atom for Peace - che in questi anni hanno costantemente reso protagonista il loro leader.

Incredibile? Invece no, è credibile! Stiamo parlando di artisti che hanno esplorato la musica in ogni suo più recondito e intimo luogo d’appartenenza, universo che dir si voglia conosciuto - ce lo ricordiamo “Ok Computer”? Ecco, era il 1997 e quell’uscita fu straordinaria proprio sotto questo punto di vista. E i Radiohead, di nuovo, ci hanno regalato poco. “Burn the Witch” è il pezzo maggiormente accessibile, strutturato attorno ad un meraviglioso e sublime arrangiamento d’archi di Jonny Greenwood. “Daydreaming” con il suo piano ha commosso tutti i più nostalgici come me, che quella sera si sono riguardati il video almeno una decina di volte. E qui azzardo: se inserita nello stesso album di “True Love Waits” e “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man”, la traccia pesa come un macigno di granito. È concesso ora spazio alle melodie riflessive di “Decks Dark” e “Desert Island Disk”, singoli episodi nei quali le atmosfere oniriche incalzano nel perfetto stile della band, con una chitarra quasi Floydiana che porta a “Meddle”, del 1971. “Ful Stop” fortunatamente smorza, spacca i toni e le acque si smuovono grazie alla mirabile abilità di Yorke nel manipolare suoni e drum machine. Per arrivare alla monocorda di “Glass Eyes”, “Identikit” e “The Number”, con archi piacevoli ma già sentiti, e “Present Tense”, dal mio punto di vista vera traccia chiave dell’album insieme a “True Love Waits”, prolungamento, se vogliamo, di “Black Swan”, traccia n. 4 dell’album “The Eraser” del 2006. Apparsa per la prima volta sul palco di Suffolk nel 2009 durante la quarta edizione del Latitude Festival. « This dance, this dance is like a weapon, like a weapon of self defence, of self defence against the present, against the present tense », un testo circondato da una malinconia senza rimedio sopra accordi semplici che ci penetrano nel più profondo dell’anima. Un invito a danzare mentre il mondo precipita, senza rimedio, verso l’inevitabile oblio di un’amore finito. Come un Dio cattivo che condanna un vivo ad una vita senza amore. « In you I’m lost, in you I’m lost ». Meraviglioso. “A Moon Shaped Pool” è assolutamente piacevole in tutte le sue parti, nostalgico, malinconico e profondamente affascinante, ma non esageriamo, non è epico.

Se siete arrivati fin qui, sappiate che giungo finalmente alle conclusioni. La curiosità è che io sto scrivendo una recensione sui Radiohead, band che amo da sempre, ed è inutile negare che trovi una certa - immensa - difficoltà nella ricerca delle parole giuste per dare una riserva a questi colossi. Una riserva perché l’album è bello ma non eccezionale, mi affascina senza soddisfarmi. Vi spiego come andrà a finire: provate ad immaginare, se riuscite, una giornata di neve in campagna, persi in mezzo al niente. Ad ogni passo sentite scricchiolare la distesa bianca sotto i piedi. Tutti i suoni sembrano ovattati, udite anche i chicchi di ghiaccio cadere e cedere sugli altri. Piccoli specchietti si rompono. È molto rilassante, nonostante sappiate che al primo raggio di sole tutto scomparirà. Ecco, “A Moon Shaped Pool” assume lo stesso fascino. Fortunatamente!