Tsinoshi Interview // Giovanni Dal Monte

Proveniente da una tanto precoce quanto eclettica formazione da polistrumentista, Giovanni Dal Monte approda all’elettronica nel 1999 con un’attitudine sperimentale che colloca la sua musica in contesti eterogenei: dai reading di poesia ai cortometraggi, dalle installazioni artistiche ai teatri. Svariate le collaborazioni illustri e i riconoscimenti che costellano, sin dai primi anni di attività, le opere di Dal Monte, sotto lo pseudonimo La Jovenc (ne sono esempi la sinergica collaborazione con Bruce LaBruce, la stesura di musiche per l’Iris Dance Company, le installazioni in prestigiosi Musei nazionali come il milanese Il Cubo, solo per citarne alcune).

Le sperimentazioni sonore all’interno delle sue produzioni risentono di interferenze strutturali, ora visuali, ora materiali, che ne impediscono una collocazione semplicistica di genere: la musica risulta solamente una tra le molteplici declinazioni in cui l’opera di Dal Monte è fruibile. Il risultato è un hub concettuale in cui l’elettronica, attraverso continue contaminazioni visive, è il linguaggio per veicolare emozioni e sensazioni.

Produttore, videomaker, artista visuale, musicista. Chi è Giovanni dal Monte?

Un uomo come tanti altri, che si dedica alla musica (e a tutta l’arte) a suo modo. Il computer non ti da la soddisfazione del “suonare” inteso tradizionalmente, e questo mi manca un po’. Però ti da la possibilità, attraverso i campioni per esempio, di creare un’orchestra in casa tua. Ti permette cose che altrimenti potresti fare solo con molti soldi, molto tempo, molti più mezzi insomma.

“Visible Music For Unheard Visions” non è solamente un album. Il titolo stesso delinea un tuo personale approccio sinestetico alla musica e tutta la tua produzione gioca sulla profonda e mutua integrazione tra immagine, movimento e suono. Come è nato?

Fin da ragazzo la musica mi è piaciuta tutta, a prescindere dai generi. E fin dai tempi dello studio (ho studiato storia dell’arte, filosofia ecc ecc ecc..) l’Arte mi ha interessato, tutta, video e cinema compresi. Poi il teatro, poi la danza e così via. È stato tutto molto naturale, un divenire continuo. Ma, se c’è stato un punto di svolta, allora è stato il conoscere l’opera di Pina Bausch, più di 20 anni fa.

Oggi la sua opera è talmente riconosciuta che il suo linguaggio influenza ormai il lessico degli artisti più giovani (anche chi non la vide mai), ma allora, sebbene molto conosciuta, non era ancora universalmente apprezzata, quindi per me fu come partecipare alla sua “rivelazione”, la sua capacità di unire movimento (danza), immagine e suono fu illuminante. Come valorizzava ogni forma d’arte allo scopo dell’empatia emozionale, della comunicazione…gli spettacoli, con l’avanzare dell’età si fecero più leggeri, e il corpo di ballo è cambiato ovviamente negli anni. Rimane comunque un gigante dell’arte contemporanea, ed ho il piacere di averla conosciuta.

Le tue produzioni non sono propriamente da dancefloor, eppure utilizzi la danza stessa come linguaggio espressivo. “Cafe Richmond” è, infatti, un ripetersi claustrofobico di loop che nel video si concretizza nei movimenti reiterati e ossessivi della ballerina. Ogni fotogramma è scandito da una gestualità nevrotica che non si esaurisce nell’atto stesso, ma che propaga una persistente inquietudine durante tutta la clip. Da dove nasce l’esigenza di utilizzare una pluralità di forme espressive per strutturare le tue produzioni e quanto ha influito nella realizzazione del video?

Si, come dicevo il teatro danza è una forma d’arte che mi entusiasma (e lo uso in questo video), ma la musica elettronica intesa da ballo non mi interessa molto.

Nel video c’è una donna che viene continuamente disturbata, come fosse seguita, ma sembra anche lei aggressiva, e sebbene non ci sia nessun loop reale nel montaggio si avverte un’idea di ripetizione anche visiva. Come nella musica. Nei video non mi pongo limiti di “forma” espressiva: posso farne uno con effetti digitali, poi un altro con immagini ritrovate, e un altro ancora che abbia un sapore di cinema (a prescindere dalla complessità della realizzazione). Questa “pluralità” di forme espressive mi espone al rischio di non riconoscibilità, ma non ho niente da perdere in realtà.

Nulla in contrario alle estetiche ortodosse, ma come ha detto il critico Luca Beatrice (che ha curato l’ultima mia mostra di video arte), proprio l’uso a 360 gradi dei linguaggi caratterizza l’opera di tanti artisti contemporanei.

Nella tua carriera hai avuto l’opportunità di collaborare con mostri sacri. Dal 2008 Bruce LaBruce utilizza i tuoi brani per le colonne sonore dei suoi film, veri e propri cult-movie (uno su tutti, “L.A.Zombie”). Come è nato questo rapporto e quanto ha influito sulle tue produzioni successive?

Ho avuto la fortuna di collaborare con artisti che ammiravo già da tempo, come nel caso di Nicolette dei Massive Attack, di Bruce LaBruce e di altri. Era davvero una soddisfazione femarmi e pensare per un momento: “ la stavi ascoltando 10 anni fa e ti interessava molto, e ora la chiami al telefono per un nuovo lavoro”.

Vidi per la prima volta una pellicola di Bruce a Madrid, in un cinema dove saremmo stati 5 persone, era “Hustler white”, nel 1996 credo. Gli scrissi, lui sentì la mia musica e la volle nei suoi films. Poi ancora, e ancora, anche per dei suoi commercials, e così via. Lo incontrai poi a Bologna di persona, quando già avevamo collaborato per diverse pellicole.

Sono contento che gli piaccia, anche perché mi ha detto lui stesso che è la capacità della mia musica di adattarsi alle situazioni più impensate, e di trascenderne poi i contenuti per dare una dimensione diversa al girato, che lui apprezza. E questo è proprio quella sinestesia di cui parlavi. Questo incontro ha influito bene, perché ogni cosa poi porta ad altre.

Progetti futuri. Cosa dobbiamo aspettarci?

Mi piacerebbe trovare più occasioni di presentare la mia musica dal vivo, ma dato che è poco catalogabile trova meno occasioni di essere ospitata. In febbraio suonerò al Centro di Ricerca Musicale Teatro S.Leonardo di Bologna (sede dello storico AngelicA Festival) in duo con Simone Cavina (Junkfood, Ottone Pesante, Incident on South Street…). Ho dei progetti su nuovi video, sia miei che con altri artisti. Sto sperimentando molto con le luci, al fine delle riprese. E sto lavorando su alcuni brani di Beethoven, Bach e altri compositori.