King Krule - 6 Feet Beneath the Moon [XL Recordings]


Il 24 Agosto Archy Marshall compie 19 anni e, riposti nel cassetto i moniker precedenti, rilascia il suo disco di debutto “6 Feet Beneath the Moon”: un collage cubista sintetico in quattordici telecamere puntate sulla nuova vita come King Krule e una Londra notturna tra periferie in movimento, locali al neon e romanticismo metropolitano.

Dopo aver toccato il “Rock Bottom”, brano ingiustamente lasciato fuori dal disco insieme alla bellissima “Octopus” (Rinse), nel 2013 il ragazzo approda alla XL con il singolo apripista “Easy Easy” ad incarnare la figura di un punk-rocker odierno in ascesa dalle periferie londinesi.
Basta, però, davvero poco per rendersi conto di non trovarsi di fronte all’ennesimo fenomeno dell’indie-rock: il ragazzo dalle sonorità graffianti è intento a specchiarsi come un crooner maledetto, come un manifesto che il tempo e la pioggia restiuiscono in un décollage psychobilly.

Pronto per la serata in un locale fumoso con il suo spettacolo dalle atmosfere jazzy cool anni ’50 (Baby Blue) mentre fuori lampeggiano le insegne jazz di un sax al neon (A Lizard State). Il ragazzo, d’altro canto, non rimane a lungo nello stesso locale a sbuffare sigarette, si muove per “The Streets” e le sue pulsazioni urbane di beat e graffiti (Neptune Estate) e riporta a casa i lamenti metropolitani come un William Bevan (Will I Come).

Ed eccoci allora spaesati dentro altri bicchieri: troviamo riparo nei confini indefiniti del Future Garage, tra gli orfani che portano nuova luce al soul che si leva dalle scorie dell’universo elettronico degli anni ’90 e relative mutazioni; ragazzi cresciuti troppo in fretta che riversano gli umori di una giornata davanti ad un laptop. Ecco, a differenza del piano al digitale di un James Blake o delle perdite totali di un How to Dress Well (col quale Krule condivide anche il produttore Rodaidh McDonald), il nostro abbraccia sapientemente una chitarra, ora a tessere architetture in battute verticali, ora a serpeggiare come un bluesman vissuto di periferia (Ocean Bed). E se - a guardare bene da altre inquadrature - le chitarre si concedono anche ad umori Tropicália (The Krocakile), altrove - come in apertura - diventano uniche compagne di una voce incredibile: vero leitmotiv che condensa omogeneità alle sequenze del disco.

Un debutto che chiude con l’intensa e già nota “Out Getting Ribs”, un bagno di grigio, ma soprattutto la sensazione di aver condiviso l’intimità di Marshall: l’effetto acquerello di questi 52 minuti di musica (da qualcuno tacciati d’intensità stemperata) non fa altro che accrescere le venature visionarie di un disco che si pone di diritto tra i debutti dell’anno. Un ragazzo di confine ma con le idee molto chiare e uno sguardo rivolto verso la Luna.



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