Ok, è sabato mattina e come tutti i sabato mattina preparo il caffè, accendo il Mac e apro la cartella Recensioni di Tsinoshi Bar per controllare se ci sono album da recensire. Giusto il tempo di leggere la lista degli artisti e la mia attenzione viene subito compromessa da un nome su tutti, un nome che abbino istantaneamente a una delle mie etichette discografiche preferite.
L’artista é Marcos Ortega meglio conosciuto come Lorn e l’etichetta non ha ovviamente bisogno di inutili elogi: è la Ninja Tune, etichetta indipendente nata a Londra nel 1991 che vanta artisti del calibro di Amon Tobin, Bonobo e Machinedrum.
Salvo tutto nel lettore mp3, indosso le mie Sennheiser, carico la bici da corsa in spalla e scendo in strada. Lorn a un anno di distanza da Ask the Dust, rilascia in questi giorni l’EP Debris e io mi appresto a percorrere il mio allenamento cittadino personale.
Senza paura scardino il pulsante play ormai usurato e parto con l’ascolto. Il nuovo progetto apre con Inverted, una traccia squisitamente scura e che, con una certa aria di sfida, si presenta come una traccia che invade ambient con synth profondi e sonorità che lasciano presagire in un’orbita ormai compromessa, uno stato psicologico che ha un solo obbiettivo nella mente dell’artista, quasi a volerci dire “se arrivi fino alla fine di questi due minuti e dieci…sei fottuto, come al solito”.
Da buon ascoltatore attendo, pedalo e assecondo.
Con l’entrata di On the Ice percepisco subito che qualcosa sta cambiando dalla velocità che assumo; il ritmo cambia, la tecnica di produzione cambia e io probabilmente rido senza accorgermi.
One the ice è vibrante, brutale, assurda come un ritratto grottesco che non turba ma affascina.
Decostruendo i suoni la traccia inizia a tuffarsi ad occhi chiusi nell’universale abisso dell’irrazionalità; battuta dopo battuta cavalca la cresta di quell’onda che converte ogni angolo di tempo dalla nascita dell’elettronica ad oggi in “consapevolezza che qualsiasi cosa succeda sia giusta e perfetta”.
Ma è proprio mentre la luce del sole mi abbandona, attraverso il punto di rottura tra una nuvola e l’altra, che parte Bury your Brother, ed è qui che capisco che solo chi ha l’innata pazienza di informarsi sulla complessità meticolosa dei software di produzione musicale probabilmente sarà debitamente ricompensato.
La traccia infatti è maestosa e claustrofobica, una marcia degna dei mostri sacri dell’EDM.
Poco interesse per la melodia, optando invece per disorientare pattern ritmici ed effetti ambientali, e il suono che ne risulta è straordinariamente notevole.
Il finale si chiude con Debris, “detriti”, e ci si rilassa grazie a un sottile sound dark ambient post-nucleare, mentre anch’io cerco di rallentare, ricordandomi tra l’altro che sto girando con una scatto fisso senza freno di sicurezza.
In definitiva Lorn è riuscito a creare un album che cattura quasi perfettamente la sua padronanza musicale meccanica, attirando attraverso questa esperienza sperimentale tutti coloro che erano scettici dopo l’ascolto dei suoi precedenti progetti.
Nota personale: se ti piace l’elettronica facilmente digeribile, cambia disco e soprattutto torna a girare con la tua graziella.
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