Partendo dal presupposto che, nella musica come in qualsiasi altra forma d’arte, il nome che ti scegli e che decidi di dare alle tue creazioni conta molto, a volte più del contenuto stesso delle tue opere, è difficile non farsi incuriosire da un parigino che pubblica su Warp Records dal 2005 e che si presenta al pubblico con un moniker che, tradotto, suona come “Jackson e la sua orchestra di computer”.
Dopo un silenzio durato otto anni, infatti, Jackson Fourgeaud (Jackson and His Computer Band) esce finalmente con “Glow”, album composto da 12 tracce che rasentano la perfezione, la pazzia e l’enfasi assoluta.
Considerato un genio di altri tempi, Jackson ha costruito in passato il proprio successo con la realizzazione di monumentali opere French Touch: oggi invece l’artista francese conferma tutto con un progetto ragionato, con un suono vecchio/nuovo che fa da filo conduttore dall’apertura alla chiusura del progetto.
Sono in molti, infatti, ad inserire le sue produzioni sullo stesso piano di quelle degli Dei assoluti dell’IDM, sia per la sua patriarcale interpretazione del genere che per la capacità di non lasciarsi (quasi mai) condizionare dalla tendenza del momento.
Quello che di quest’album lascia a bocca aperta è la straordinaria capacità di Jackson di fondere influenze diverse assimilate in anni ed anni di ascolti, unendo in un unico, comune denominatore ispiratori e stili differenti: in frullati di pochi minuti di traccia, per esempio, il suono del vecchio AFX viene imbastardito con tutti gli elementi distorti a disposizione - microloop, echi sintetizzati, hand clapping, beat destrutturati, riverberi, flipper e chi più ne ha più ne metta – riunendo in istanti esperienze passate ed esperimenti provenienti da chissà quale futuro.
Trovo inutile per un’opera del genere cercare di decifrare descrizioni tecniche per ogni singola traccia e non ho, tra l’altro, intenzione di influenzare col mio modo di interpretare l’opera chi sia deciso ad ascoltarla.
Posso solo affermare che Jackson è uno di quegli artisti che conferma, a distanza di otto anni la propria completa padronanza della musica non convenzionale; un’artista che in pochi riescono a credere che possa arrivare dalla Francia, eclettico a tal punto da realizzare le proprie copertine e utilizzare sua madre per la voce campionata di alcune tracce.
Nota personale: un album monumentale, come non se ne producono spesso e che merita di essere ascoltato in tutte le sue pieghe multiformi, un’opera da archiviare in originale
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