Ore 20:30, Alcatraz pieno di gente. C’è grande attesa per il live degli Knife, il concerto è da tempo sold out, nonostante il cambio di location dovuto all’inadeguatezza dei Magazzini Generali rispetto alla richiesta dei biglietti, al di fuori di ogni piu rosea previsione. L’atmosfera è elettrica, siamo tutti molto curiosi di vedere una performance che si annuncia molto suggestiva viste le sonorità psichedeliche e tribali adottate dal duo svedese per il loro ultimo album “Shaking The Habitual”.
Ore 21:00, si abbassano le luci e sul palchetto laterale alla sala spunta un uomo, una sorta di parodia di Thor in pantaloncini rossi cortissimi, barba da vichingo, pieno di lustrini super-luccicanti che invita la gente a ballare sulle note di artisti come Goldfrapp e Gossip, urlando a squarciagola come un forsennato per 20 minuti ininterrottamente “Say yes, say no!” e aizzando la gente a ballare con movenze simili ai balli di gruppo dei più incolori villaggi turistici.
Insomma, le premesse non sono le migliori, la fase di riscaldamento è stata fatta male e nell’aria si inizia a percepire il rischio che ci si può far male durante la “partita” che giocheremo di li a poco con i veri protagonisti della serata.
Ore 21:30, fischio d’inizio, ci siamo finalmente. Io mi trovo indietro rispetto al palco e davanti a me c’è una marea di gente, quindi, com’è comprensibile, la visuale non è delle migliori. Si presentano sul palco in sette, tutti incappucciati in stile Nazgul (personaggi del film del Signore degli Anelli) e si comincia con ambientazioni cupe e dark con tamburi apocalittici e suoni di arpa poco rassicuranti per poi passare ad un trip-hop tribale. La gente è euforica, si muove, entra in una fase catartica. Terminata questa fase del concerto, cambio di abiti per i sette (tra cui Karin e Olof): i vestit orai sono più luccicanti e dalle oscurità si passa a declinazioni che sanno di electro-clash. La musica va avanti, i bpm si alzano e l’ambientazione assume delle connotazioni dancefloor.
Ballano anche sul palco -la cosa mi insospettisce e m’inquieta anche un pochino- ma non riesco a vedere bene e decido di spostarmi.
Mossa sbagliata. Era meglio non vedere.
Sul palco non sta suonando nessuno, le tracce sono pre-registrate. L’adrenalina cala improvvisamente e sono invaso da sconcerto e sconforto. Rimango incredulo: i sette personaggi danzanti in realtà stanno facendo squillare le sette trombe dell’Apocalisse che decretano la fine del concetto di live.
Il concerto va avanti e diventa sempre più un ibrido composto da balletti in stile “Non è la Rai” o e “Amici” , quasi mi aspetto una comparsata sul palco di Kylie Minogue che canticchia “nananana-nana” come in “Can’t get you out of my head” .
Il live reale c’è stato solo in due o tre tracce, dopodiché solo strumenti artefatti che venivano suonati per finta e coreografie di gusto alquanto discutibile.
Una vera e propria coltellata agli spettatori e all’essenza del live, che mi fa gridare: “ Tu quoque, Knife!”.