Bonobo - Migration

Bonobo - Migration


Bonobo

Migration

Schrödinger’s Box

SBOX004


published:

2016

 

 


Bonobo, all’anagrafe Simon Green, è un artista elettronico di grande fama, rappresentante della “classe 2000” che ha saputo tenere alta l’asticella delle attese per il genere musicale IDM dopo il boom dei ‘90, insieme ad altri producer importanti come Nathan Fake, Jon Hopkins e Four Tet. Cito questi artisti partendo da un presupposto fondamentale per comprendere la critica negativa verso l’ultimo album del nostro: ognuno di loro ha uno stile che funge da costante tra le loro varie produzioni, diciamo un filone logico che tiene insieme la discografia, e qualora perdessero quella capacità di “narrare” la loro musica commetterebbero l’errore più grave, soprattutto per gente come loro. Bonobo mi ha lasciato di stucco con una triste sorpresa, anche perché “Migration”, la title track del disco, promette molto bene: un bel pezzo psichedelico, soave, armonico, la cui sezione ritmica è affidata ad una batteria che rulla a cavallo tra Ringo Starr e i Pink Floyd.

Il problema sta nel fatto che “Migration” è la sola e unica traccia ad aver catturato il mio interesse rispetto alle tredici presenti sul disco uscito per Ninja Tune. Da qui in avanti, infatti, seguono una serie di lamenti, ininterrottamente accompagnati da tristi accordi, ritmi down-beat, richiami esotico-tribali e suoni della bella elettronica che fu propria dei Morcheeba, Moloko e Thievery Corporation. Un sound che, secondo me, non si sposa bene con lo stile di produzione “à la Bonobo”, che risalta meglio se il sound è, invece, fresco e accattivante, ma allo stesso tempo elegante e bilanciato.
L’album è supportato da featuring di alto rilievo, primi fra tutti quello con Nick Murphy aka Chet Faker, che dona la sua voce ad una delle tracce più brutte dell’album, e quello con Jon Hopkins, che suona il piano non a caso in Migration. Alcuni timbri delle ritmiche mi ricordano la deep-detroit-house, che per intenderci è quella dei sample del buon Moodymann o del maestro Dilla, con campionamenti raw al limite della distorsione, ma la resa è ben diversa rispetto alle musiche dei padri detroitiani e non coerente con tutto il mood del disco, nella maniera più assoluta. Non mancano le escursioni geografiche nei mondi ormai più che conosciuti della musica etnica africana e orientale, esperienze di cui Bonobo si avvale in due tracce immerse in un soundscape tribale, ossia “Bambro Koyo Ganda” e “Kerala”.

Il disco suona “indie” e abbraccia i mondi dell’IDM e del Pop, solo con un “manierismo” che non mi garba. In “Migration” non trovo qualcosa di nuovo e il prodotto, almeno al mio orecchio, è noioso e smielato. Sicuramente farà breccia tra il grande pubblico, convinzione derivata dal fatto che il sound, in generale, anche se banale è orecchiabile e susciterebbe interesse nell’approccio a un target più vasto e con richieste inferiori al solito, ma questo significa tradire l’interesse dietro alla scoperta di un nuovo lavoro di Bonobo,  scatenato dalla costante innovazione d’ispirazione jazzistica e tribale riportata sulla musica elettronica. Questi sono fattori cruciali per chi ha apprezzato le precedenti produzioni e assenti ingiustificate in “Migration”.